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Ofelia 500, Marina Maria Iosè Riotto

Mi chiamo Ofelia 500

Ofelia è il mio nome, 500 sta per il numero di Ofelie che ci sono nella mia dinastia. In altre parole, io sono la cinquecentesima Ofelia della gloriosa dinastia dei Carabatti. La penultima è nonna Ofelia 499.

Il problema non è tanto avere un numero per cognome, quanto ricordarsi di quale esso sia. Nonna Ofelia 499, per esempio, smemorata com’è, quando deve chiamarmi, prima di farlo, cerca di ricordarsi a quale numero io appartenga e per portare a termine tale difficile operazione, incomincia ad annoverare, nella sua mente, tutte le Ofelie che ci sono state prima di me e, nel migliore dei casi, quando cioè non sbaglia il conto e deve quindi ricominciare tutto da capo, il risultato è che io sono già uscita per andare a scuola e non può più dirmi quello che aveva in testa.

A proposito di scuola, frequento la più rinomata scuola di magia di Altatorre, la zona a nord della città dei Millesentieri.

Essendo una bambina, sono solo al primo livello di apprendimento, ma sogno già di diventare un’affermata professionista nel campo degli incantesismi, cioè volevo dire degli incanterismi, beh, insomma di quelle cose lì.

D’altra parte, per noi Carabatti, frequentare la scuola di magia è quasi un obbligo, visto che discendiamo da autentici e stimatissimi maestri degli incanterismi o giù di lì.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Fra le altre cose, ciò che amo di più nel mio tempo libero è visitare la galleria degli avi, dove più di mille sguardi sono incorniciati ed appesi alle pareti, uno dopo l’altro, in quasi centinaia e centinaia di metri di corridoio.

Ce n’è uno, in particolare, che è il vanto del nostro casato, una specie di generale dell’ “Accademia della magia” di Altatorre i cui occhi rotondi e deliziosamente circondati di nero bluastro, conservano tutto il fascino dei gufi predatori nella notte, quando ispezionano la possibile presenza di topi nei paraggi di un cimitero…

La mamma, ogni volta che lo guarda, agitandosi e portandosi le mani al viso per la disperazione, esclama: “Oh, purtroppo nessuno di noi ha ereditato il suo gran naso, lungo lungo ed importante, con quelle deliziose gobbette, di cui solo i dromedari possono far sfoggio. Quelle dune, rigonfie di grasso su di esso, così pronunciate, fanno di lui un vero e proprio scienziato!” aggiunge, poi, con aria di compiacimento.

Lo zio Bernando 48 è l’unico, infatti, ad avere un ritratto anche di profilo.

“Quel naso oblungo che si allunga fin giù, al limitare delle labbra sottili, appena disegnate e quelle gobbone così ben tracciate” continua la mamma “fanno di lui un vero signore!” poi, sconsolata, declama la sua frase, piena di disperazione, che è sempre la solita: “Speravo che almeno la mia piccola Ofelia Cinquecento, ereditasse un simile e grandioso naso, capolavoro della natura, ma ahimé, neanche a noi è toccato un tal privilegio!”

In quel momento mi accorgo che la mamma mi vuole tanto, ma tanto bene e conoscendo a memoria il rituale del pianto che è sempre lo stesso, quando andiamo in visita nella galleria degli avi, porto sempre con me dei fazzoletti che le porgo al momento designato, anche quello sempre lo stesso e cioè dopo che mi prende il faccino tra le mani e lo esamina disperata, poi, con una mano copre il mio piccolo naso per nascondere le sue comuni fattezze e con l’altra si soffia il suo, gocciolante per la disperazione e lo soffia talmente tanto e talmente forte che, per lo spostamento d’aria, il ritratto comincia ad oscillare a destra ed a sinistra.

A quel punto, come al solito, mi alzo sulla punta dei piedi per raggiungere la cornice e cerco di fermare quel moto ondulatorio, restituendo a quello sguardo, da felino predatore, la quiete che merita.

Tutto questo succede come se stessi interpretando la scena di un vecchio film riveduto, ma mai corretto.

Una volta, però, dopo il rumoroso temporale prodotto dal naso della mamma, sempre più gocciolante, proprio quando, come al solito, cercavo di fermare il moto ondulatorio del quadro, arrivò papà molto allarmato e, ancora ansimante per la corsa giù per le scale, esclamò: Clo…!Clo…!Clo…!”

Sia la mamma che io lo guardammo con apprensione, visto che respirava con affanno e seguimmo con la testa i suoi maldestri tentativi di ritrovare la calma, quando, proprio come si fa con i robot parlanti che s’inceppano, gli sferrai una robusta pacca sul sedere e, finalmente, riuscì a concludere la frase: “ Clotilde 22, tua madre, Ofelia 499 sta diventano sempre più isterica! In uno dei suoi tanti deliranti conteggi sul numero degli appartenenti alla nostra dinastia, si è accorta che si è passati direttamente dal numerto 18 al numero 20, nella stirpe dei Biagiabacchettalesta, e minaccia d’appellarsi al tribunale DELL’ALTA CORTE DELLA MAGIA se non si trova il Biagiabacchettalesta 19.

Sventuratamente, in quel preciso momento, mi distrassi anch’io e il quadro, senza il mio indispensabile salvataggio…patatrac: ccccfrooom! Frooomcliiiim! Ccccdrimmm!!!

Il vetro e la cornice si frantumarono in mille pezzi e la mamma svenne per il dispiacere e lo spavento insieme.

    Quando rinvenne, grazie a dei robusti e rumorosi schiaffoni che le allungai sulle guance, riprese la scena ed ella potè, quindi, proseguire con un estemporaneo attacco: “Tanto per cominciare, Eusebio 303, io non mi chiamo Clotilde 22, ma Clotilde 21!”.

Scorsi, a questo punto, un leggero tremore sulle labbra della mamma, le quali s’incresparono, gli occhi iniziarono a stringersi e la voce a tremare.

Intuì subito che stava per arrivare il momento del pianto alluvionale.

Cercai quindi, come al solito, il fazzoletto, ormai gocciolante. Lo strizzai e glielo porsi. Poi la mamma con una voce strana, dagli acuti perforanti, continuò: “Ecco, lo sapevo che un giorno o l’altro, ti saresti dimenticato anche del mio cognome!”

Il papà, allora, che non aveva mai balbettato in vita sua, cominciò un tortuoso ed agonizzante tentativo di risposta: “I…i…i…i…i”che doveva sicuramente approdare ad un “io, ecct. ecct….”

La mamma, dal canto suo, sfoggiò un pigolio di parole indecifrabili.

Dovevo assolutamente intervenire!

Pestai, con un salto, i piedi a tutti e due, e, per incanto, la mamma finì di pigolare ed il papà di balbettare.

A quel punto, papà Eusebio 303 dichiarò senza indugio: “Io, ti am…” ma non potè finire la frase che si ritrovò abbracciato, stretto stretto alla mamma, dimentico, però, che io ero rimasta in mezzo e stavo per soffocare. Quando mi trassi in salvo, li sentii immersi in un dialogo composto da due soli nomi: “Oh, Eusebio 303! Oh, Clotilde 21! Oh, Eusebio 303! Oh, Clotilde 21!”

Questo per almeno un quarto d’ora piena.

Però, io ero felice: felice, perchè mamma e papà si erano riappacificati e felice perché si volevano ancora tanto, ma tanto bene!

    La mamma, nei momenti belli dei suoi ricordi, mi racconta sempre, con un’accecante luce negli occhi che, quando conobbe papà, fu un amore a prima vista.

“Quando lo vidi per la prima volta,” racconta, “riconobbi in lui l’asta della bandiera dell’ordine dei maghi, dritta, dritta, dritta, lunga, lunga, lunga; nessuna sinuosità: il suo corpo manteneva la stessa circonferenza, sia alla base che su, in alto, dove si attacca il vessillo dei due serpenti incrociati vorticosamente insieme!”

Così, stando al racconto di mia madre, la testa del mio papà, era, a quanto pare, attaccata ad una specie di manico di scopa.

“Che meraviglia!” continua la mia mamma “Non avevo ancora visto niente di simile!”

E, visto che nessuna donna, chissà perché, aveva ancora posato gli occhi su di lui, ella volle detenere il primato di quella scelta sensazionale, affrettandosi a farsi avanti, per non risultare seconda a nessuna.

In pratica, il mio papà è proprio un “palo” vivente. Come si suol dire egli è un mago tutto d’un pezzo!

I miei genitori sono ancora innamoratissimi l’uno dell’altro ed io sono felice di sapere che si vogliono bene, perché questo mi dà gioia e tanta serenità.

    Per la rottura del quadro dello zio Bernardo 48, i miei genitori pensarono, quindi, impegnati com’erano in struggenti manifestazioni d’amore, che, per quella volta, non era il caso di scomodare la magia per ricomporre i cocci del ritratto e decisero di onorarlo, lo stesso, portando quei rottami tanto nobili da un corniciaio, così, molto semplicemente, restituendo, in tal modo, la memoria del più amato degli zii al suo antico splendore.

    La mamma aspettava con trepidazione la data stabilita per la consegna del quadro dello zio Bernardo 48 da parte del corniciaio.

Ricordo che per l’evento si vestì di tutto punto, si profumò con le sue essenze preferite: escrementi di pipistrello con code di lucertole macerate nell’olio di ortiche durante la notte di luna piena.

Ma quel giorno era sereno solo in apparenza, perché quando arrivammo nel negozio, la mamma, non vedendo più il ritratto dello zio Bernardo 48, attivò la sua fortissima ugola e con la potenza di un corno celtico esclamò: “Il quadro del generale Bernardo 48…! Dove è andato a finire il quadro del generale Bernardo 48?! Chi è quel delinquente e sciagurato che ha preso il mio adorato quadro?!”

Tutti i clienti degli altri negozi vicini accorsero per sapere cosa fosse mai successo di tanto grave.

Uno, in particolare, intervenne prontamente: “Sono un poliziotto! Ho sentito che in questo negozio è stato commesso un furto! Signora, lei cos’ha da dichiarare in merito?”

“Il mio quadro, qualcuno ha rubato il mio bel quadro!!!”

“Ma per piacere! Intanto lei si faccia i cavoli suoi e vada a dirigere le sue indagini da un’altra parte!”interferì, in malo modo, il signor Viviebelli dirigendo il suo sguardo, quasi strabico per la rabbia, al sedicente poliziotto.

“Come si permette, piuttosto, lei, di ostacolare la legge e di oltraggiarne un suo degno rappresentante!!! Per cortesia, si faccia da parte lei e chiuda la porta, affinché nessuno possa uscire da qui o dovrò ripiegare sui rinforzi!”

    Allora, il signor Viviebelli, fuori di sé, diede una spallata all’agente, oltretutto in borghese, il quale andò a sbattere contro un donna, che a sua volta cozzò contro uno omino allampanato e malaticcio, che spinse una donna rinsecchita dall’età che, non capendo più niente, colpì la testa contro la porta d’entrata, la quale, spalancatasi, catapultò fuori in strada, violentemente, tutta quella marmaglia di gente impicciona e ficcanaso.

Il signor Viviebelli, quindi, condusse per un braccio mia madre verso il retrobottega e, cercando di dominare a mala pena la sua rabbia, chiarì: “Signora Clotilde 12, la prego, non si agiti in questo modo! Si calmi, per Dio! Il quadro è ancora qui: eccolo!” e tirò a sé da un angolo nascosto del suo deposito, un telo scuro che copriva il ritratto dello zio Bernardo 48. “Mi dispiace, signora Clotilde 12… “E daglie, con questa signora Clotilde 12! Io mi chiamo Clotilde 21, lei ha invertito l’ordine delle cifre del mio numero per ben due volte! La prego vivamente di smetterla di sbagliare il mio numero! Io sono Clotilde 21! 21! 21! Ha capito adesso?! Clotilde 21!!! urlò la mamma a circa mezzo millimetro dall’orecchio destro del signor Viviebelli, come se avesse un megafono incorporato all’altezza delle corde vocali: era visibilmente contrariata e cominciava già ad inveire di brutto.

“Le dicevo, signora Clotilde 21”riprese il signor Viviebelli, con meno pazienza di prima e dopo un sobbalzo che lo fece inciampare su di una cornice d’argento,“che il ritratto del suo antenato, mi mette agitazione: io non riesco nemmeno a guardarlo! E poi, da quando me lo ha portato, la notte non riposo più tranquillamente. Mi scusi sa, suo zio sarà pure un generale o quello che vuole lei, ma ha un’espressione da incubo!!!”

Inciampando, però, al signor Viviebelli si ruppero i pantaloni sul di dietro ed una profonda fenditura mostrò delle stravaganti mutandine a fiori tutti rosa, molto romantiche...

Soffocai a stento una inevitabile risata.

La mamma allora, alla quale era sfuggito questo divertente particolare, si arrabbiò talmente tanto per quelle affermazioni che attentavano alla rispettabilità del più celebre dignitario del nostro casato, che urlò:”Ah, sì, perché è bello lei! Ma si guardi per favore allo specchio, che con quel pizzetto che le pende dal mento tutto da un lato, mi sembra proprio una capra mal riuscita e con quegli occhialini piccoli piccoli e tondi tondi, assomiglia tutto ad un barbagianni! E guardi di non rispondermi, sa, perché altrimenti sfodero tutta la mia magia e non so, poi, cosa combino!”

Dopo, accarezzando il quadro ed inteneritasi per l’amaro destino toccatogli, aggiunse con tono carezzevole: “Oh, povero il mio Bernardo 48, lui così bello, regale ed austero, essere oltraggiato in questo vil modo!”

Quindi, guardando in cagnesco il signor Viviebellli, concluse, sempre sbraitando: “E non creda che io sborsi un solo euro per il suo lavoro! Sono oltremodo offesa e ringrazi di cuore Re Artù se la cosa finisce qui!”

Poi, nel moto sempre più crescente di rabbia, portandomi via dal negozio, la mamma mi strattonò con tale violenza il braccio sinistro che, tutt’oggi, mi fa ancora male.

Andandomene dal negozio vidi, però, che il signor Viviebelli, accortosi del profondo strappo sul retro dei pantaloni, si era “a p p i c c i c a t o” letteralmente alla parete del suo laboratorio al fine di non mostrare al pubblico il suo sederone tutto “fiorito” e, lungi dal rimpiangere il guadagno perso, sembrava invece visibilmente felice che, comunque e finalmente, quel quadro se ne fosse andato via.

Continua negli altri episodi……..
Marina Maria Iosè Riotto

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