Il corpo, Pierfrancesco Matarazzo

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Il Corpo

racconti inediti di Pierfrancesco Matarazzo

 

 

 

 


Sinossi della raccolta di racconti “Il Corpo”

Tema: la necessità di essere ascoltati da un’altra persona prevale costantemente sulla disponibilità ad ascoltarla, rendendo sempre più complessa la creazione di un qualsiasi rapporto umano soddisfacente.

Trama: partendo dal tema comune (vedi sopra) che unisce e fa scontrare tutti i personaggi dei racconti della raccolta, ogni singolo testo rappresenta uno squarcio temporaneo nella mente e nella vita dei protagonisti, usando come pretesto per fotografare la loro esistenza una specifica parte del loro corpo.

Questo avviene senza condanne o celebrazioni dei singoli personaggi, ma semplicemente come una costatazione, una scoperta di cosa si cela dietro vite così simili alla propria, spesso incasellate, con troppa fretta, nella consueta normalità o nell’altrettanto rassicurante pazzia. E così abbiamo per esempio la certezza della fine di un rapporto, che comunque non si riesce ad interrompere, subissato da una valanga di parole, nel dialogo dedicato alla “Bocca”, oppure l’incapacità di ascoltarsi di una persona costantemente protesa a cercare l’altro, che rinuncia alla fine alle sue orecchie per non rinunciare alla sua vita (“Orecchie 1”), o ancora l’eccezionalità di un ascolto superiore a tutti gli altri, la possibilità di percepire la vera voce dell’uomo, senza filtri, finzioni o distorsioni. L’incredibile scoperta del protagonista del secondo racconto dedicato alle orecchie (“Orecchie 2”), che lo porterà a prestare attenzione solo a se stesso.  L’incomunicabilità fra due apparenti pazzie nate come autodifesa fra un padre e una figlia nel racconto intitolato “La Gamba”, l’assalto di migliaia di passi voraci e senza senso nel testo dedicato ai “Piedi” o l’ossessione dell’inadeguatezza fisica come unico motivo che impedisce un rapporto umano nel racconto intitolato “Le Mani”.

L’obiettivo finale della raccolta, costituita da sette racconti, è di lasciare la possibilità al lettore di costruire il proprio giudizio sui personaggi e sugli scorci di vita che ha potuto “osservare”, cercando di fargli assaporare la riflessione e soprattutto il dubbio che ne avrà ricavato e immaginando che non possa più smettere di osservare i propri simili senza farsi almeno una domanda su se stesso.

 

 

 

Indice

 

Le mani

Le orecchie (1)

 

 
Le mani

 

Sono troppo grosse.

Non riesco a capire come possano essere così gonfie ed inadeguate. Il resto del mio corpo è perfetto. Le mie gambe sono affusolate e levigate, la mia vita è stretta, i fianchi rigonfi al punto giusto, le spalle larghe quanto basta a giustificare l’altezza della mia colonna vertebrale, il viso tondo, con un naso piccolo, labbra carnose.

Tutto naturale. Io non mi sono mai rifatta nulla. Gli occhi poi sono semplicemente sublimi, chiunque si sia specchiato in essi si è perso per indimenticabili secondi di stordimento.

Non esagero. No, davvero non esagero, tutti quelli che conosco me lo hanno detto: i miei occhi sono due poli di attrazione per chiunque abbia un minimo di sensibilità. Sensibilità. Io non ne ho mai avuta abbastanza, non abbastanza per capire…

Si, sarei decisamente perfetta se non fosse per le mie mani.  Così tozze per una donna alta un metro e settantacinque, con ben 90 centimetri di gambe.

Le mie mani, non posso più guardarle. Le dita sono storte, corte e gonfie, non posso neanche toccarle!

Se lo faccio, inizio subito a scorrere ogni dito con il pollice e l’indice dell’altra mano e misuro.

La loro larghezza, la lunghezza, la forma e la dimensione delle unghie rispetto alla superficie totale del dito, dell’intero palmo. Poi passo alle pieghe fra le singole falangi, le piccole rughe, le innumerevoli imperfezioni della pelle, i nei.

Tutto mi disgusta.

Da qualche settimana ho imparato a nasconderle dentro lunghi guanti. Ne ho comprati dieci paia in quel negozio in centro. Quando ho visto la vetrina interamente dedicata ai guanti ho capito che poteva essere una soluzione, almeno momentanea, alla mia oscenità. Guardando le mie mani coperte da quei guanti dai colori e materiali più diversi, chi avrebbe potuto immaginare cosa vi fosse nascosto?

Ne ho presi 9 paia in tutte le sfumature di nero e grigio, così li posso abbinare con tutto e un decimo paio rosso. Si, lo so, sono un po’ eccentrici. Fino ad ora non sono riuscita ad indossarli, almeno fuori dalla mia stanza. Mi stanno benissimo, sono lunghi fino al gomito e slanciano le mie braccia come mai avevo potuto osservare. Sono in velluto e morbidissimi al tatto. A volte mi perdo il tempo e scompaio in quei guanti, trascorro delle ore a passarmeli sul viso e vibro ad ogni loro tocco. Penserete che sia stupido comprare qualcosa per indossarlo solo in casa. Forse avete ragione, o forse avete troppa sicurezza in voi stessi.

Questa mattina mi sono svegliata alle 4:00, non riesco più a dormire da quando mi sono resa conto dell’inadeguatezza delle mie mani. Ho perso l’abitudine di rigirarmi nel letto per un’ora prima di desistere ed iniziare la giornata, ora mi alzo al primo segnale di risveglio che mi lancia il mio cervello. Perché perdere tempo per tentare di fare qualcosa che non sono mai riuscita a mettere in pratica? Oltretutto dopo i primi dieci minuti, inevitabilmente iniziavo a scrutarmi le mani inorridita. Allora le dovevo far sparire, le nascondevo sotto il sedere, sperando che il peso del mio corpo potesse in qualche modo modellarle in modo diverso. Stupido, vero? Si, ma dopo un po’ sentivo che le braccia iniziavano ad intorpidirsi, la pressione sanguigna rallentava e finalmente, finalmente accadeva.

Io non le sentivo più.

Le mie mani non erano più fatte in quel modo orribile, potevo reinventarle come volevo. Era meraviglioso!

Poi la mia debolezza prevaleva e l’esigenza del corpo di preservarsi prendeva il sopravvento sul mio desiderio di perfezione. Le mie mani sfuggivano alla presa purificatrice. INUTILE!

Meglio alzarsi e distrarsi con qualcosa. Tentare un mascheramento: i miei guanti rossi erano sempre lì ad attendermi. Vorrei proprio indossarli in pubblico prima o poi. So che non si adattano al mio look fatto di tailleur grigi per il giorno e di tubini neri per la sera. Troppo rossi, avrebbero attirato l’attenzione sulle mie mani come dei semafori lampeggianti costantemente accesi. Tutti avrebbero pensato che volevo atteggiarmi a novella “Gilda”, con la mia capigliatura rosso ramato e i miei lunghi capelli ondulati sarebbero stati perfetti. Avrei continuato a camminare, mentre gli uomini per strada si sarebbero fermati per guardarmi, immaginarmi nuda, mentre li accarezzavo con quei guanti. Le donne mi avrebbero additato come un ignobile tentativo di mettermi in mostra, alcune avrebbero detto che non avevo il fisico adatto, altre che non avevo la pettinatura adatta, altre ancora che non avevo la sfrontatezza adatta, ma tutte, indistintamente, mi avrebbero invidiato, odiato e qualcuna alla fine avrebbe intuito il mio segreto. Si sarebbe avvicinata e mi avrebbe chiesto di togliere i guanti, sfidandomi a farlo come nessun altro aveva osato prima, lentamente, sinuosamente, senza alcun pudore. Ma io non avrei potuto, io non ho le mani affusolate di Gilda, fieramente tese verso l’uomo che ama. Sarei scappata e loro avrebbero riso, richiudendo i loro uomini nel cassetto più stretto della loro anima.

Cosa aveva detto il mese scorso Andrea? “Con il tuo fisico potevi arrivare dappertutto se solo lo avessi voluto.”

Dappertutto. Dappertutto, ma non dove avrei voluto davvero arrivare. Restare con lui è  stato impossibile. Tre anni di incontri, racconti, confidenze, autocritiche, nuove vie per esprimere se stessi. Nessuno ci aveva mai capito e nessuno eravamo mai riusciti a capire, a parte noi due. Poi ha sposato quella donna, in quella chiesa così ordinaria, una donna talmente “normale” nella sua bellezza, da confondersi con mille altre. Andrea ha sempre odiato i canoni classici della bellezza. Diceva che serviva un po’ di carattere nelle donne e che il carattere non si poteva trovare nella perfezione.

“Vedi Sara, tu sei una donna con del carattere, mi capisci al volo, con te posso essere me stesso, posso confrontarmi senza filtri e questo non mi era mai capitato con una donna. Non mi era mai capitato in assoluto.”

Io mi ero sollevata come acqua in ebollizione a cui si aggiunge una quantità troppo elevata di sale. Un unico grande sobbalzo, il mio cuore era salito fino alla testa, il mio petto sembrava esplodere, non avevo più un corpo e questa volta non era stata una mia idea. Ero li che sorvolavo le mie emozioni e mi chiedevo come mai ero stata così stupida. Povero Andrea, era dovuto uscire allo scoperto così palesemente, così pericolosamente. E io cosa facevo? Cosa avevo risposto? Come avevo reagito a questa dichiarazione? Immobile, ero rimasta immobile, non potevo muovermi, non avevo più un corpo, le mie emozioni erano troppe per essere contenute in uno spazio così angusto. Avevo Cercato di scuotermi, di scendere a prendere le sue mani nelle mie, per spiegargli che non aspettavo altro, che non desideravo altro, ero tornata giù per dirgli…

Non me ne aveva dato il tempo, altre parole avevano spezzato il mio sogno: “Riusciamo ad avere questo splendido rapporto anche perché non rappresenti l’ideale classico della bellezza, tu hai del carattere, le tue mani per esempio sono inadeguate alla tua fisicità, sproporzionate secondo i canoni della bellezza classica. È questo che ti dà quel non so che in più rispetto alle altre donne, è questo che ti avvicina a me.”

Poi ha sposato lei, con le sue dita affusolate. Mi ha detto quella sera che l’amava. “sei la prima persona a cui l’ho voluto dire, Sara. Sapevo che avresti capito più degli altri.”

Mi aveva stretto le mani mentre lo diceva, non tanto da farmi del male, almeno non dove si vedeva.

Quella sera non avevo dormito. Quella sera avevo guardato le mie mani, il mio carattere. Un carattere sbagliato.

 

È tardi devo vestirmi.

 Prima però devo fare gli esercizi di allungamento muscolare. Ho letto su una rivista che molti ballerini lo fanno per le gambe e le dita dei piedi, si può agire sulle falangi, portando a distendere al massimo i muscoli e quindi a dare un effetto ottico di maggiore sottigliezza degli arti. D’altronde devo pur preparare il terreno per l’intervento.

Quell’ottuso uomo che si fa chiamare dottore non ha voluto prendere in considerazione un’operazione per allungare le mie mani. Sostiene che sono una pazza, che una cosa del genere è impossibile. “Penso che lei abbia un esaurimento a seguito di una depressione latente. Il suo non è un problema ortopedico, ma psichiatrico, le posso dare i riferimenti di un mio collega specializzato in pensiero ossessivo. Le consiglio di andarci. Per quanto mi riguarda non c’è assolutamente niente che non va nelle sue mani.”

Che impudenza!

Pensa di conoscere i miei problemi meglio di me.

Io sto benissimo.

Ossia, a parte il problema alle mani, sto benissimo.

È tardi.  Alle 13:00 devo incontrare Andrea per il primo pranzo dopo la sua luna di miele. Ci sarà anche lei. So che guarderà i miei guanti e sorriderà. Andrea mi prenderà in giro e mi chiederà di toglierli, così l’attenzione di lei sarà massima. Si vorrà gustare il suo momento. La vittoria della perfezione sul carattere. Ma sarà una vittoria passeggera, io non permetterò che vinca. Lo devo fare. Non per me o per Andrea. Lo devo fare per difendere l’originalità contro la banalità, l’imperfezione contro la perfezione, nessuno meglio di me potrebbe farlo.

Potrei usare i guanti rossi a questo punto.

Si, perché no, quale colore sarebbe più adatto?

 
Le orecchie (1)

 

 

Questo giardino chiuso lo odio.

Questa perfezione quattrocentesca, questa simmetria assoluta, questa chiarezza di linee che addomestica la natura e impone il pensiero.

Inutile spargimento di idee per un pubblico assente.

Sono le nove, devo iniziare i miei giri.

“Sara, sei pronta a cominciare con il primo gruppo? La smetti di osservare quel giardino come se non lo avessi mai visto prima? Sono mesi che al tuo arrivo corri ad affacciarti al cortile interno per guardare quell’ammasso di vecchie piante appiccicate a rocce ancora più vecchie. Scendi che è tardi!”

“Si, sono quasi pronta, finisco di sistemare il collo di questo maglione e sono da te.” L’ennesima domanda stupida di Enrico. Se non fossi pronta mi permetterebbe di aspettare? Potrei dire alle persone che hanno pagato un biglietto che dovranno ammirare il castello da sole? Non sarebbe neanche un cattivo affare. Ormai le informazioni che sentono dalla mia voce potrebbero trovarle in una qualsiasi guida turistica e io rimarrei finalmente in silenzio.

Sono così stanca di ascoltarmi. Ogni sera, alla fine dell’ultimo turno di visita guidata, le orecchie mi fanno male e non è per il “freddo che si patisce in questo posto” come dice Enrico.

 

Queste scale sono davvero ripide, devo chiedere ad Enrico di farlo presente alla proprietà, sarebbe necessario fissare un passamano di corda, per evitare che qualche turista un po’ più malandato o stordito del solito scivoli e ci citi per danni. Ma perché mi preoccupo per queste cose, in fondo il castello non è mica mio…

 

“Sara, ti muovi o no? Le persone del turno delle 9:00 ti aspettano.”

“Eccomi, questo collo alto è troppo alto e cercavo di abbassarlo quel tanto che serva a non farmi sembrare un pinguino parlante.”

Nessuna reazione. Quando mai Enrico ha riso alle mie battute. E allora perché insisto a farle?! Sempre alla ricerca dell’approvazione degli altri, quando imparerai?

 

“Buongiorno e benvenuti al castello Piccolomini di Pienza, io sono Sara e sarò la vostra guida alla scoperta di mille anni di storia.”

Nessuna reazione alla mia apertura standard, mi sa che sarà un pubblico difficile…

Guarda quella signora cosa si è messa in testa, dovrebbero impedire alle persone di indossare questi obbrobri. Guarda il marito come sbuffa e siamo solo alla seconda stanza, perché vengono a fare le visite guidate se non gliene frega niente? Potrebbero limitarsi a fare una passeggiata per la città, comprare un po’ di pecorino e andare a pranzo come tutti gli altri. No, loro devono dimostrare di essere degli intellettuali, degli amanti dell’arte. A volte sono semplicemente costretti ad accompagnarne uno.., peggio ancora, si tratta di persone senza spina dorsale.

Li odio gli intellettuali. Si ritengono superiori agli altri, ma sono spinti ad agire dagli stessi stimoli animali e meschini del resto del mondo.

“Vi prego di notare il soffitto di questa sala, è uno degli esempi meglio conservati di soffitto quattrocentesco. Se osservate con attenzione il disegno delle travature, vi accorgerete che i vari riquadri del soffitto formano quattro “P” intorno al fulcro rappresentato dallo stemma della famiglia. Questo sistema oltre ad assicurare una eccezionale stabilità al soffitto, che ci ha permesso di osservarlo ancora oggi in ottime condizioni, è anche un curioso stratagemma per enfatizzare la potenza del papa per cui è stato costruito il palazzo”

Pausa ad effetto. Qualcuno domanderà per che cosa stanno le quattro “P”?

Un secondo, due secondi.., questo collo alto lo devo buttare, mi prude terribilmente e non mi riscalda affatto, tre secondi, ma non potrebbero attivarla un po’ di aria calda in questo posto? Quattro secondi, un ragazzino fa una foto al soffitto, dopo che all’inizio del tour avevo specificato che era vietato, non ce la faccio a fermarlo, vuole fotografare? Lo faccia pure, mi consumerò prima io di questo soffitto. Non lo trovo giusto! Lo odio questo soffitto! Cinque secondi. Calma piatta.

“Le quattro “P” stanno per Pienza, Piccolomini, Pio II, Papa.”

Conoscenza sempre più ridotta e sempre più inutile. Mi sono laureata in lettere, specializzata in storia dell’arte, un dottorato sul quattrocento senese, una specializzazione ulteriore sui Piccolomini, ed eccomi qui a far fischiare le orecchie di sconosciuti disinteressati che mi avranno cancellato non appena avranno attraversato il portone di uscita del palazzo. Che dolore alle orecchie, non tanto da smettere di ascoltarmi.

“Prego, da questa parte, questo è il salone delle armi, una grande collezione dei Piccolomini, arricchita dalle ultime generazioni e totalmente inadeguata all’ambiente dal punto di vista storico. Le armi non hanno alcuna legame fra loro, né con il grande dipinto seicentesco che sovrasta il camino in pietra, a sua volta in contrasto con la preziosa cornice roccocò spagnola scelta per il ritratto. Questa discontinuità è resa più forte dal confronto con l’armonia delle stanze precedenti.”

Discontinuità. È una bellissima parola, così tonda e auto esplicativa.

Sono io. Io sono una discontinuità con questo ambiente. Ma sono una discontinuità anche con queste persone. È come se dovessi condensare me stessa negli stessi trenta minuti in cui riassumo la storia di questo posto. La conoscenza, la battuta, la simpatia, la lite, la separazione, tutto avviene in trenta minuti e non posso mai scegliere chi incontrare, sono gli altri a scegliere per me. Quando mi trovo a superare i trenta minuti non so più cosa dire. Io non esisto più oltre questo intervallo di tempo.

“Prego, da questa parte per ammirare il giardino interno. È un giardino riservato solo a pochi, invisibile dall’esterno, questo stile sarà poi replicato nelle corti di tutta Europa, a partire dai Medici.” Replicare. Sono una replicante. Ecco cosa sono. Replico informazioni stantie e ad ogni turno tolgo qualcosa per vedere se qualcuno se ne accorge. Ma nessuno me lo hai mai fatto notare. Nessuno mi ascolta davvero. Si limitano a registrare la presenza del suono che emetto, ad annuire di tanto in tanto, a guardare la porta che hanno davanti a loro, domandandosi quante altre stanze ci saranno prima di poter addentare qualcosa.

Ogni mattina guardo questo giardino e spero di trovare il coraggio di distruggerlo. L’ho anche immaginato nei minimi dettagli. Dove mi nasconderei prima della chiusura, dove comprerei la benzina per bruciarlo, come disattiverei il sistema di allarme. Non lo farò mai, ogni mattina guardo questo giardino e so che lo salverò.

Io lo guardo, lo guardo e prego davanti alla sua perfezione, gli chiedo di camminare attraverso quel piccolo viale dritto che lo attraversa e si affaccia sulla valle. Senza esitazioni, senza imbarazzo per il silenzio che mi accoglie, per lo stomaco che si espande e mi divora dall’interno, senza paura di rinunciare a quello che non ci sarà. Di nuovo IO NON SONO CAPACE. Di nuovo io non posso andare fino al margine che si espande in una nuova realtà, probabilmente vuota, probabilmente assoluta, probabilmente anche mia. Allora esco dal mio corpo e provo a correre, provo a urlare, a scalfire le orecchie di qualcuno. Ed è allora che Enrico mi chiama di solito.  Povero Enrico. Lui urla a modo suo, ma non si può ascoltare, non ha più orecchie per se stesso, semplicemente “troppo complicato”.

“Sopra la porta potete vedere un esempio, molto ben conservato, di un pressappoco. Se volete seguirmi, oltre questa porta, potrete ammirare un affresco molto interessante, si tratta di una delle stanze da letto della famiglia, così come è stato ideata dal Rossellino.”

“Scusi, ha detto un “pressappoco”? Cos’è esattamente?”

Un segno di vita. Impensabile! Cosa faccio gli dico la verità o ne invento una più interessante? Forse la domanda serve solo a far vedere che è una persona interessata ai particolari. Lo farà per gli altri o per sé? Ha importanza?

“Si chiama pressappoco perché è un orologio che segna solo i quarti d’ora, quindi può fornire l’ora esatta solo ogni quindici minuti.”

La verità. È triste che non sappia osare, altrimenti perché scegliere di raccontare sempre la stessa storia ad un pubblico di sordi. Perché non crearne una io, da non raccontare a nessuno, una verità solo per me stessa.

Le orecchie mi fanno sempre più male, dovrei decidermi ad andare da un dottore, ma cosa potrebbe dirmi che sarei disposta ad ascoltare?

“Sul camino potete osservare una peculiarità di questo castello…”

Silenzio. Non la ricordo più. Non ho voglia di ricordarla. Quanto potrò rimanere in silenzio prima che qualcuno mi chieda qualcosa? Forse questa donna che ora incrocia i miei occhi potrà capire. Potrà sentire il mio silenzio, potrà essere con me in questo perdersi che insistono a chiamare vita. “Oggi ti sono capitata io”. Sarebbe bello se avessimo a disposizione degli incontri di anime prefissati, pochi, brevissimi, ma di cui fossimo coscienti prima che accadessero. Potremmo vivere lunghi e noiosi anni nell’attesa di quei dieci secondi di verità, attimi in cui potremmo ascoltarci e ascoltare. Io potrei dire a questi occhi che sono pronta: “posso durare più di trenta minuti, posso smetterla di filtrare me stessa per togliere idee ad ogni turno”.

Ma lei se ne è accorta, lei ha capito che la sto ascoltando davvero, così fugge e io ricomincio: “ Sul camino potete osservare una particolarità di questo castello, sono scolpite delle pannocchie di grano.”

“Ottime per il pop corn, lo conoscevano anche a quei tempi?!” Risate.

Le orecchie mi bruciano, non mi permettono di pensare. Meglio.

 

“Non so se le utilizzassero per il pop corn, la peculiarità è che il camino è stato completato prima della scoperta dell’America da parte di Colombo e quindi prima che il grano fosse introdotto in Europa.”

Ancora foto proibite per occhi cechi. Ancora sbuffi da mariti stremati. Ancora sorrisetti compiaciuti da chi pensa di sapere ben più cose della guida. Ancora suoni che non posso più sentire.

“Con questo finisce il nostro giro. Se non avete particolari domande…” lascio secondi inutili per farne qualcuna “allora vi ringrazio per l’attenzione e vi saluto.”

Ecco, fuggono tutti e io mi dissolvo per ricomparire all’esterno del palazzo e ricominciare con il prossimo gruppo. A volte vorrei sciogliermi per sempre e non parlare più, lasciare al mio posto del vapore caldo, che possa rincuorare i visitatori per il silenzio che troverebbero nelle stanze. Chissà se si sforzerebbero per trovare qualche spiegazione per ciò che vedono. Girerebbero per qualche minuto e qualcuno azzarderebbe una motivazione errata per giustificare un intarsio sul soffitto o l’epoca di un dipinto.

Nessuno se ne accorgerebbe, a che pro rischiare di allungare la visita con una domanda?

Il pranzo sarebbe più vicino, gli sbuffi sarebbero molti di meno e io…io non saprei più cosa raccontare, non saprei chi odiare,non avrei più nemmeno i miei trenta minuti di ascolto obbligato.

Le orecchie, non le ho più. Si, ha ragione Enrico, così è molto meglio.

“Benvenuti al palazzo Piccolomini, io sono Sara e sarò la vostra guida per i prossimi trenta minuti. Ci trasferiremo con l‘immaginazione nel quattrocento per capire cosa volesse dire vivere in questo palazzo e perché fu costruito in questo modo dal Rossellino.”

Si, così è molto meglio, finalmente un inizio diverso…