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Una divagazione

Consentitemi una divagazione. Non so quanti di voi conoscano Harry. Harry Heine, intendo dire. Nacque a Düsseldorf il 13 dicembre del 1797. Pare che i genitori all’epoca non fossero ancora sposati, perciò lui dichiarava di essere nato nel 1799. Apparteneva ad una famiglia ebraica. Quando Napoleone occupò la città, la famiglia godette dei nuovi diritti riconosciuti agli ebrei. Più tardi invece, con il concilio di Trento, Düsseldorf fu assegnata per motivi dinastici alla casata di Prussia. Harry avrebbe voluto intraprendere la carriera accademica, ma non gli fu concesso. Non ha mai celato il suo disprezzo per la categoria dei filistei, e questo è uno dei tanti motivi per cui lo amo appassionatamente. Harry non aveva simpatia per la casata di Prussia, e la casata di Prussia non aveva simpatia per Harry; e a causa di qualche dichiarazione un po’ troppo velenosa lo costrinse all’esilio. Questa vicenda lui l’ha raccontata così:  «Avevo fatto e sofferto molto, e quando in Francia si levò il sole della Rivoluzione di Luglio, io ero davvero stanco e avevo bisogno di rimettermi. Inoltre, l’aria di casa diveniva per me ogni giorno più nociva, e dovetti prendere in seria considerazione l’idea di cambiare clima. Avevo le visioni: le nubi si addensavano e mi facevano delle smorfie minacciose. A volte ebbi l’impressione che il sole fosse una coccarda prussiana; di notte sognavo un orribile avvoltoio nero che mi divorava il fegato, e mi immalinconii molto. Per di più avevo conosciuto un vecchio consigliere di giustizia berlinese che aveva trascorso molti anni nella fortezza di Spandau e mi raccontò quanto fosse spiacevole d’inverno portare le catene. Mi sembrò una cosa assai poco cristiana, non scaldare un po’ le catene a degli esseri umani. […] Chiesi al mio consigliere di giustizia se a Spandau avesse mangiato spesso ostriche per pranzo. Ma mi disse di no, Spandau è troppo lontana dal mare». Fu così che Harry se ne andò a vivere a Parigi, a mangiare ostriche sotto il sole della Rivoluzione di Luglio.
Condivido e mi commuove la concezione dell’esistenza che aveva Harry: definì la vita come il sogno di un dio ubriaco che si è allontanato in anticipo da un banchetto e, lasciando gli altri dei a gozzovigliare, si è steso a dormire su una stella. I suoi sogni ebbri di vino diventano realtà, ma lui ne è ignaro. E tutte le sue produzioni oniriche assumono forme affascinanti, che a volte sembrano ragionevoli e confortanti, altre volte mostruose e inquietanti. E noi, che oscilliamo perennemente tra le dimensioni del comico e del tragico, dobbiamo gioire del sonno di questo dio bizzarro, perché questi da un momento all’altro si stropiccerà gli occhi e lentamente si sveglierà… e allora noi svaniremo, e con lui tutta la baraonda del nostro mondo insensato.
Povero Harry. Il dio burlone gli ha fatto un gran brutto scherzo, e lo ha paralizzato a letto per otto anni prima di lasciarlo morire. Forse per vendicarsi della sua blasfemia. Harry si è convertito due volte per pura necessità di vita. La prima volta al protestantesimo, in Germania (e fu allora che cambiò il nome in Heinrich), ma i filistei non gli credettero e non mollarono la cattedra a cui aspirava. La seconda volta, a Parigi, al cattolicesimo, per fare piacere all’umile fanciulla di cui si era innamorato e che lui chiamava Mathilde, la quale, da fervente cattolica, pretese di essere sposata. Per di più, in vari scritti e poesie ha sfidato la pazienza divina. In una poesia politica dedicata ai tessitori della Slesia che si ribellarono alle inumane condizioni in cui vivevano e lavoravano, osò emanare una tripla bestemmia: una a Dio, una al re e una alla patria. Della poesia esistono due versioni, che differiscono, tra l’altro, proprio nella strofa dedicata a Dio. Quella del 1844 recitava:

 «Una bestemmia al Dio cieco e sordo
Che abbiamo pregato con fede innocente;
Abbiamo invano sperato e aspettato,
Ci ha presi in giro, beffato e ingannato».

Nella versione del 1845 la strofa diventa:

«Una bestemmia a Dio, che pregammo
Nei freddi inverni e nei giorni di fame,
Abbiamo invano sperato e aspettato
Ci ha presi in giro, beffato e ingannato» .

Con tutto il rispetto per il sonno perturbato di Dio, provo un infinito rispetto per i tessitori della Slesia e per Harry, che ha dato voce alla loro disperazione.
Harry aveva uno spirito beffardo, oltre che blasfemo. Beffardo verso il dio ubriaco che lo aveva immobilizzato e verso se stesso che si era creduto libero e si era ritrovato incatenato al letto. Così, negli anni della malattia, scrisse tra le infinite altre cose anche il libretto per la messa in scena di due balletti, commissionatigli dal Teatro di Sua Maestà di Londra. Il primo era dedicato alla dea Diana. Rappresentava la storia d’amore tra la dea, che il trionfo della cristianità aveva confinata insieme alle altre divinità antiche nei più impervi recessi del Monte di Venere, e un cavaliere tedesco che la incontrò casualmente durante le sue peregrinazioni. I due personaggi simboleggiano la sensualità pagana e la spiritualità cristiano-germanica: due forze apparentemente opposte che si attraggono magneticamente, e dopo una serie di prove si ricongiungono per sempre, inaugurando una nuova era di armonia mistico-erotica.
Il secondo balletto, che Harry definì un poema danzato, è un Faust: una sfida sardonica all’olimpico dio Goethe, viziato dalla vita e dalla società tedesca ed europea, al quale Harry aveva reso un’ossequiosa visita negli anni della sua giovinezza, ricevendo in cambio un’accoglienza fredda e presuntuosa. E una sfida, ovviamente, al dio ubriaco e cinico che aveva tolto a Harry il privilegio del movimento e le gioie della vita carnale. Nel balletto, Faust, mentre si emancipa dalla rigida fisicità del dotto e impara a piroettare leggiadro, vende l’anima ad un Mefistofele tanto irriverente da assumere le sembianze di una donna e il nome Mefistofela. I due non formano mica una coppia di amanti: nossignore, suggellano un patto di mutuo soccorso, e se ne vanno in giro per il mondo antico e moderno a rimorchiare ciascuno per conto suo, ma sempre l’uno con la complicità dell’altra. E per meglio sbeffeggiare il Faust di Goethe, che in compagnia di Mefistofele non soltanto aveva conquistato il cuore innocente della piccola Grete e per avere campo libero ne aveva ucciso il fratello e l’aveva indotta ad addormentare la madre con una dose letale di sonnifero, ma l’aveva anche abbandonata dopo averla fecondata, inducendola alla disperazione e all’infanticidio; e che nonostante tutto questo era stato graziato da Dio, il quale doveva essere davvero ubriaco, perché ritenne di voler premiare in lui lo strenuo coraggio dell’uomo moderno alla ricerca del superamento di sé… bene, per meglio sbeffeggiare il sommo Faust goethiano, Harry si assunse ogni responsabilità morale, e condannò il suo Faust, che tanto gli assomigliava, al fuoco eterno degli inferi.
Un vero gigante. Un gigante dalla lingua affilata e dal cuore morbido, tenero e malinconico, che già molti anni prima, quando ancora godeva di ottima salute, aveva creato un’altra tragica figura danzante, quella della ballerina Laurence, nata nella tomba dove sua madre, creduta morta, era stata sepolta ed era successivamente morta di parto. La danza di Laurence esprime la tragicità del destino che la lega agli inferi fin dalla nascita.
Povero Harry, che fantasia tenebrosa. Forse l’intuizione della sofferenza che il destino avrebbe riservato a lui, infossandolo in quello che lui stesso definì il sepolcro di materassi.
Harry morì il 17 febbraio del 1856. Negli ultimi mesi della sua esistenza, si innamorò di una giovane tedesca che andava spesso a fargli visita, e la battezzò Mouche, la mosca. Le dedicò cinque poesie appassionate, tenere, infiammate, tormentate. L’ultima, che è anche in assoluto l’ultima poesia che scrisse Harry, è lunga trentasette strofe. Harry racconta un sogno, in cui si vede morto in un sepolcro di marmo coperto da bassorilievi e circondato da rovine antiche. Sulla sommità della tomba è spuntato un fiore, una passiflora, che si china su di lui come per compiangerlo. La passiflora è la Mouche:


[…]
Eri tu il fiore, amata bimba mia,
Dai baci tuoi io ti ho riconosciuta.
Un fiore non ha labbra così dolci,
Non versa un fiore lacrime sì ardenti

Il fiore e il poeta iniziano uno struggente, tacito colloquio d’amore:

Dialogo silente! Quasi non si crede
Come nel muto, tenero colloquio
Il tempo scorra in fretta come in sogno,
La notte palpiti di desiderio e fremiti.

Non chiedermi di cosa abbiam parlato!
Chiedi alla lucciola che dice ai fili d’erba,
All’onda cosa mormora al torrente,
Chiedi al libeccio che cosa soffia e mugghia,

E chiedi al rubino che dice il suo splendore,
Cosa dice il profumo delle viole…
Ma non che si sussurra al chiar di luna
La passiflora muta col suo defunto amore
 […]

Come si può non amare Harry? Mi fa compagnia da anni, da quando mi ha confortata con la sua rabbia nei momenti difficili. Fu allora che incominciai a considerarlo mio amico, e conoscendolo ho scoperto i tratti delicati del suo animo, e so che qualunque cosa mi succederà ancora, nella mia vita c’è un punto fermo, una certezza. Una voce che ha sempre, sempre il potere di consolarmi.

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