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Nell’epoca dei voltagabbana

Nell’epoca dei voltagabbana, in cui le controriforme sono liquidate per riforme e dove i reazionari sono spacciati per riformatori, assistiamo alla lenta ed inesorabile agonia della nostra Costituzione. Nel frattempo i giornali di destra aprono la discussione (sic!) sulla categoria dell’antifascismo. La tesi è la seguente: poiché nessuno vuole il ritorno del fascismo non ha più senso che ne sopravviva l’antitesi. Per i neointellettuali di destra, infatti, la Resistenza non fu altro che una guerra civile voluta dai comunisti italiani su ordine di Stalin. La mistificazione è all’ordine del giorno. Si dimentica che essa fu innanzi tutto guerra di liberazione contro la dittatura nazifascista alla quale parteciparono – oltre al Pci – tutti i partiti di tradizione democratica (da “Giustizia e libertà” ai cattolici e socialisti sino ai monarchici), ma che soprattutto fu in un primo momento insurrezione spontanea e di popolo contro l’occupazione nazista.

Bisogna cancellare la memoria. Quest’è l’imperativo categorico della nuova destra italiana. I revisionisti d’oggi si commuovono davanti ai «ragazzi di Salò», i quali ancora infatuati dall’ideologia mussoliniana, decisero di combattere dopo l’8 settembre con le truppe del Terzo reich, e cercano in qualche isolato episodio di violenza fratricida la delegittimazione storica di chi invece decise di sacrificare la propria vita per la libertà e per il progresso sociale. Tuttavia la pietas umana per quei ragazzi che decisero di stare dalla parte sbagliata non può far dimenticare qual erano le idee che stavano alla base di quelle scelte. Il giudizio umano non può confondersi con quello storico. Guai a perdere l’identità, la memoria.

Indimenticabili furono le gesta degli «scugnizzi» napoletani contro il saccheggio e la distruzione della città nelle famose “Quattro giornate”. Da una parte, dunque, chi si schierò con gli oppressori, dall’altra chi sacrificò la propria vita per la libertà. Cancellare la memoria significa cambiare la Costituzione del ’48 che è figlia della Resistenza e nella quale tra l’altro sono codificati i principi della democrazia politica ed economica del nostro Paese. Non a caso il primo articolo stabilisce che la Repubblica è fondata sul lavoro. I costituenti mettevano dunque il lavoro al primo posto di una democrazia che nasceva dalle ceneri della dittatura corporativa. Quel lavoro che è una chimera per le nuove generazioni di oggi. «staff leasing» «lavoro ad intermittenza» «co.co.cò» queste alcune espressioni per nascondere ciò che milioni di giovani vivono quotidianamente sulla propria pelle: la precarietà. Status che li rende insicuri senza futuro senza prospettiva. Nel frattempo si distrugge la scuola pubblica perché come una volta i figli dei poveri devono incrementare l’esercito di riserva dei disoccupati, facilmente ricattabili sui posti di lavoro, mentre si paga col denaro pubblico la scuola privata che formerà la nuova classe dirigente del neoliberismo imperante. Si mette il bavaglio ai giudici con una controriforma ad hoc.

La confusione e il caos sono utili a chi vuole ristabilire un regime autoritario e dispotico. Via dunque quel vecchio arnese arrugginito che è la Costituzione repubblicana. Bisogna tornare al laisser faire, sarà «la mano invisibile» del mercato a regolare i rapporti economici e gli effetti sono sotto gli occhi di tutti: aumenta la povertà delle famiglie medie e mediobasse mentre c’è chi continua ad arricchirsi spudoratamente. Effetto della “rivoluzione tecnologica” ci dicono, laddove la “old economy” licenzia e mette sul lastrico migliaia di famiglie. Funziona così che ci vuoi fare. Non è “il paese dei balocchi” è la realtà. Bisogna essere furbi, l’arricchimento facile è lo slogan del Terzo millennio. L’egoismo sociale è più forte della solidarietà. Lacci e lacciuoli non servono più. Nel frattempo avanti con i pastrocchi: «premierato forte» «devolution» «senato federale».


Antonio Bianco

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