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I venti selvaggi, la brezza leggera di Stefania Giovando

I venti selvaggi, la brezza leggera

 

Le cose si erano messe male fin dal mattino: un temporale improvviso e assolutamente imprevisto aveva precipitato sulle rovine cascate d’acqua, suscitando in Claudia la sensazione inquietante di disastro incombente, accentuata da un feroce mal di testa, che aveva domato solo grazie alle sue famose compresse - bomba, ma che le aveva lasciato uno strascico di malessere e di debilitazione.

Poi c’era stata la faccenda di Lidia, che aveva litigato con Guido la sera prima e che ora se ne stava con gli occhi gonfi, lamentando un dolore alla “bocca dello stomaco”, e fermamente decisa a non sostenere, quella sera, il ruolo di Jone, visto che Glauco avrebbe dovuto essere interpretato da Guido. Questi, a sua volta, se ne stava con cipiglio feroce a ripassare la sua parte, che avrebbe richiesto invece un  atteggiamento tenero e gentile.  I due erano fidanzati da un anno, ma la loro era una relazione tempestosa, che creava non pochi problemi alla compagnia, soprattutto ora che avevano fatto il salto di qualità e ottenuto quell’ingaggio per rappresentare una pièce teatrale, tratta da “Gli ultimi giorni di Pompei” di E. Bulwer-Lytton, proprio tra le antiche mura, nel Teatro Grande. Claudia aveva dovuto tentare di riappacificarli, facendo la spola tra l’uno e l’altra e cercando di far trapelare il meno possibile la propria rabbia e la propria frustrazione.

Chi ha il senno l’adoperi, diceva sempre nonna Lavinia: nei momenti cruciali della sua vita, a Claudia venivano spesso in mente le massime che la nonna le aveva dispensato amorevolmente come fondamenti di una vita serena e in sintonia con il mondo. Era bellissima, sua nonna, e aveva i modi garbati e l’intelligenza pronta e vivace; era una donna che, se vissuta in un altro tempo, avrebbe fatto grandi cose, non come lei che, dall’alto (o dal basso?) del suo metro e cinquantacinque, con i suoi comunissimi occhi e capelli scuri e i rotolini di grasso che si ostinavano a straripare nonostante la scelta accurata di camicioni mimetizzanti, non aveva combinato granché nei suoi quasi quarant’anni di vita. Almeno finora. Questa era la sua grande occasione, probabilmente l’ultima, e Claudia non intendeva permettere che la gelosia di Guido, i capricci di Lidia e uno stupido temporale venissero a rovinare i suoi piani di successo e di fama. Così, ora con parole gentili ora con la fermezza di una sorella maggiore o di una zia o, accidenti, di una quasi - madre (avevano venticinque anni i due disgraziati!), credeva di averli convinti, se non a fare la pace, della quale, del resto, non le importava granché, almeno a comportarsi civilmente e professionalmente.

“Visto? Lo dicevo io! Ha smesso di piovere!” la voce calda e leggermente roca di Riccardo la sorprese, facendola quasi sobbalzare.

“Quante volte ti ho detto di non comparirmi così alle spalle! “ Claudia non riuscì ad impedirsi di dare alla propria voce un tono sgarbato ed un po’ querulo insieme. Si voltò, cogliendo lo sguardo da vitello macellato dell’uomo che da tre anni, ormai, le faceva da aiuto e provando un immediato fastidio per il senso di colpa che ne derivava.

“Allora andiamo a fare ‘sto sopralluogo” aggiunse un po’ duramente, dirigendosi subito dopo verso l’ingresso di Porta Marina. Un’occhiata alle rovine sarebbe potuta servire a immedesimarsi meglio nell’ambiente e la loro rappresentazione ne avrebbe tratto giovamento: questa, almeno, era l’idea.

La città dissepolta si stendeva davanti a loro, che si incamminarono tra frotte di turisti   di ogni angolo di mondo. Il sole, spuntato sorprendentemente dopo l’acquazzone, si era alzato trionfalmente in cielo e ora dardeggiava con tutto il furore del mezzogiorno estivo.

Claudia si maledisse immediatamente per non aver pensato a portarsi un cappello, ma si guardò bene dal manifestare il suo disappunto, un po’ per orgoglio, un po’ perché sapeva che Riccardo si sarebbe subito precipitato a una bancarella a comprargliene uno. Riccardo aveva la sindrome del cavalier servente e non perdeva occasione di soddisfare tutte le sue richieste prima che fossero formulate. Forse credeva, così, di conquistarsi un posto nel suo letto e magari nel suo cuore, ma lei, dopo gli anni dell’adolescenza passati a fare da damigella ad amiche magre e bionde, non intendeva rinunciare ai vantaggi della sua vita da single.

 Ricordi la volpe e l’uva?…ancora nonna Lavinia, con la sua saggezza popolare…

Cara nonna, questa volta ti sbagli…

Anche le scarpe si rivelarono immediatamente inadatte: aveva indosso un paio di infradito che le impedivano una camminata sciolta e sicura, senza contare che la polvere della strada, mescolata all’acqua piovana, aveva formato una specie di impasto molliccio nel quale i suoi piedi affondavano miseramente.

Sbuffando, Claudia si inerpicò per la via Marina, dando un’occhiata distratta agli edifici che la fiancheggiavano.

“Ci pensi? - la voce di Riccardo la colse ancora una volta all’improvviso, ma Claudia riuscì a trattenersi- qui c’era il tempio di Venere, la genitrix, la protettrice della città”

L’ha protetta proprio bene - pensò Claudia, ma non disse niente

“Qui il tempio di Apollo e laggiù (vedi?) era venerata la potente triade capitolina”

Altra fregatura della religione

“Ed ecco il foro… qui c’era il mercato, lì gli edifici pubblici…”

“ Scusa un po’, ma ti sei messo in mente di farmi da guida turistica?”

“Ma Claudia…”

“E non mi dire ma Claudia…sai che non lo sopporto”

Cosa credeva quell’imbecille, che lei fosse immune al fascino della città? Che lei avesse, al posto del cuore, uno di quei sassi di lava duri e scivolosi che si trovavano lungo la via? Era solo preoccupata, ecco tutto, perché ogni cosa doveva essere perfetta, per quella sera, e non c’era tempo da perdere.

Claudia affrettò il passo, per quello che le sue calzature potevano permetterle, e imboccò via dell’Abbondanza.

“Hai visto? Quelle sono le Terme Stabiane: lì gli abitanti di Pom…”lo sguardo feroce della donna lo fulminò, facendogli morire le parole in gola.

Giunti all’incrocio, Claudia diede un’occhiata alla cartina e poi svoltò decisamente a sinistra.

“Claudia….”

Lei continuò con passo fiero e deciso.

“Claudia!”

“Uffa, si può sapere cosa vuoi?”

“La strada per il Teatro non è questa…”

“Lo so benissimo, cosa credi? Voglio vedere il Lupanare”

Sulla sinistra, una piccola apertura introduceva in una costruzione cupa e angusta, dove, su un corridoio centrale, si aprivano le oscure cellette che un tempo avevano ospitato le prostitute in attesa dei clienti.

Ragazze – schiave – prostitute…in una parola vittime della solita mentalità maschilista del cazzo…

Ultimamente non solo i discorsi, ma perfino i pensieri di Claudia erano inclini al turpiloquio, specialmente da quando si era accorta che Riccardo, che, invece, non diceva mai parolacce, la guardava con aria di silenziosa riprovazione.

Persa nei suoi pensieri, Claudia era entrata in una delle stanzette. Era molto stretta, con solo una piccola apertura a fare da finestra. Un po’ affaticata, si sedette su uno dei giacigli in pietra, mentre l’alta ombra di Riccardo si stagliava sulla soglia.

Chissà cos’avrà questo cretino da guardarmi così – pensò lei, sentendo il suo sguardo su di sé.

“Però…!” disse Riccardo, lasciando la frase in sospeso, carica di significati che Claudia non volle neppure prendere in considerazione né analizzare, anche perché da qualche istante aveva iniziato a provare una sensazione di disagio. La penombra, che avrebbe dovuto essere fresca e piacevole, era invece calda e soffocante. Un leggero capogiro la costrinse istintivamente ad appoggiare una mano sul muro…Il suono echeggiò nelle sue orecchie, facendola tornare in sé e costringendola a ritrarre di scatto la mano.

“Hai sentito?”

“Sentito cosa?”

“Il grido…cioè…il pianto…insomma, quella cosa”

“Quale cosa?”

“Qualcuno si lamentava…”

“Ah.”

“Come sarebbe a dire Ah? Io ti dico che c’è qualcuno che si lamenta e tu mi rispondi Ah?”

“Sarà stato qualcuno fuori…”

“Ma io l’ho sentito qui”

“Ma se in questo momento non c’è nessuno...i turisti sono tutti a mangiare…”

“ Ma che turisti e turisti. Io l’ho sentito qui, ti dico, dentro...dentro…”

“Dentro…?”

“Dentro il muro, ecco!”

Nel momento in cui pronunciava quelle parole, Claudia si rese conto dell’assurdità della sua affermazione, tuttavia la larga risata di Riccardo la colse impreparata, infastidendola più del dovuto.

“E va bene, ridi, ridi, tanto con te non si può mai parlare…E usciamo da questo buco, che mi sono rotta le palle…” Uscì in fretta dalla stanza, scostandolo con malagrazia.

 Un po’ incespicando, ma a passo svelto e con l’aria della dea offesa, Claudia percorse la via del Lupanare, per imboccare subito dopo quella dei Teatri, finché quasi all’improvviso sbucò all’interno del Teatro Grande e salì direttamente sul palcoscenico.

Facendosi vento con il copione scovato nella sua capace borsa a tracolla, Claudia si voltò a guardare le tre aperture dalle quali i suoi attori sarebbero usciti quella sera a interpretare la loro parte.  Lì dietro, in quella che era stata la caserma dei gladiatori, c’erano ora delle grosse tende che servivano da camerini.

Certo, se ci fossero ancora gli antichi ornamenti, la rappresentazione sarebbe più realistica…

Claudia si voltò di scatto, pentendosene subito per l’improvviso capogiro (il secondo in poco tempo… avrebbe dovuto farsi controllare la pressione, ma con tutto quello che c’era stato da fare…)

“Riccardo…qui ci vorrebbero delle colonne…qui, invece delle ghirlande …e lì delle statue…abbiamo qualcosa che può funzionare?”

Come al solito, la sua non era una domanda, ma un ordine preciso, che Claudia diede alzando la voce, in quanto vide che Riccardo si era spostato sulle gradinate in alto.

“O.K.” la voce tranquilla di lui le giunse dal primo gradino dell’ima cavea, unitamente al gesto americano (o romano?) di assenso fatto con il pollice alzato.

“Ah, sei qui? Mi sembrava di averti visto lassù…”

“Sarà l’effetto Pan”

“Sarà cosa?”

“Non lo sai che questa è l’ora di Pan?”

“L’ora di Pan?

“E’ l’ora dei fantasmi qui a Pompei…Tra il mezzogiorno e le due, quando l’aria è così spessa e calda che non distingui più niente, loro vengono fuori, ad uno ad uno, tutti gli abitanti di Pompei, che quella mattina del 24 agosto…ehi, Claudia, ci hai pensato che oggi è proprio il 24 agosto?”

“E tu ci hai pensato che stai sparando cazzate a più non posso?”

Ma la voce, che avrebbe voluto uscire aspra e tagliente, invece le venne fuori tremolante e quasi piagnucolosa. Il sudore le colava dalla fronte, finendole negli occhi che avevano cominciato a bruciarle intensamente. Alcuni rivoli si dividevano lungo il collo, penetrandole nel solco tra i seni e scorrendole lungo la schiena. Claudia alzò la mano e cercò di asciugarsi col dorso, poi si diede a frugare nella borsa, in cerca di un fazzoletto, senza trovarlo.

“Riccardo, hai mica un fazzoletto di carta?”

Non udendo risposta, Claudia alzò lo sguardo, cercando di focalizzare il suo aiuto nella nebbiolina di calura che saliva dalle gradinate di pietra del teatro, ma Riccardo non si vedeva da nessuna parte. In compenso, lassù in alto, intravide tre figure sedute, probabilmente turisti o curiosi in cerca di qualcosa da raccontare al loro ritorno. Strinse gli occhi nel sole accecante. Le tre figure erano donne. Erano accomodate con estrema naturalezza sulle gradinate e chiacchieravano tra di loro. Claudia non riusciva a distinguerle bene, ma una era sicuramente vestita d’azzurro, le altre due di bianco. Abiti lunghi, morbidi, fluttuanti…con questo caldo!

Mentre cercava di capire quello che si dicevano, con la coda dell’occhio colse un movimento sulla destra.  Una fila di persone entrava da una delle aperture e si apprestava a salire le scale che conducevano nei vari settori delle gradinate, seguendo un uomo che portava alcuni cuscini.

Turisti e la loro guida...Arabi, forse, oppure…

Claudia sentiva che il respiro le si era fatto pesante, colpa del troppo sole e di quel cretino di Riccardo che chissà dov’era finito, invece di stare lì ad aiutarla… Tutti uguali gli uomini, ti abbandonano quando tu hai bisogno di loro…Riccardo dove sei? …Dove sei, papà?

Fece alcuni passi sul palcoscenico e l’assito risuonò cupo sotto i suoi tacchi, che portava alti per sopperire alla sua piccola statura.

Nella botte piccola sta il vino buono…

Nonna, oh, nonna, sono così sola…Lui se n’è andato…

Claudia fu colta da un senso di panico. Il teatro stava riempiendosi. Che fosse già l’ora dello spettacolo? Ma no, il sole era ancora alto, anche se, per la verità, non le sembrava nella posizione giusta, come se fosse tornato indietro…ed era offuscato, pallido, quasi bianco…

Guardò l’ora: le 10.

Come le 10? Ma non era l’una pochi minuti fa? Cosa cavolo sta succedendo?

E poi cosa ci facevano, lì tutti quegli arabi? E Riccardo che non si vedeva da nessuna parte…

Intanto altre persone erano entrate da sinistra e si erano sparpagliate per le gradinate. Avevano in mano degli oggetti, dei bacili, forse, dai quali spargevano sulla folla acqua profumata…

Un po’ anche a me, per piacere…ma la voce non le era uscita e l’aveva solo pensato.

Calma…calma! Sono in grado di pensare. Sono una persona razionale. Vivo nel XXI secolo. Sono a Pompei per dirigere uno spettacolo teatrale e non me ne frega un accidente se vedo una moltitudine di antichi romani qui davanti a me…che poi non sono nemmeno romani, a pensarci bene, caso mai pompeiani…Pompeiani?

“Ehi, Claudia, lo sai che oggi è proprio il 24 Agosto?” la voce di Riccardo le risuonò come un’eco nella mente, facendole scorrere un brivido lungo la schiena.

Sulle gradinate, alcuni venditori correvano avanti e indietro, offrendo vino, acqua, focaccine appena sfornate, gridandone il prezzo… in arabo? No, cazzo, quello sembrava latino…

Un gruppo di robusti giovanotti trafficava con delle corde e delle carrucole e stava innalzando al di sopra degli spettatori una specie di sistema di vele, che offriva loro riparo dal sole cocente.

L’ombra, però, non raggiungeva la zona del palcoscenico e Claudia si sentì prossima alle lacrime…

Furono portati anche dei sedili, che vennero sistemati in prima fila, dove presero posto alcuni personaggi, sicuramente autorità venute ad assistere allo spettacolo…

Forza, Claudia, tocca a te…l’attacco è tuo, come sempre…

 Un po’ incerta sui suoi coturni…coturni? Claudia avanzò sul proscenio.

 

Nihil durare potest tempore perpetuo…

Niente può durare eternamente.

Quando il sole ha dato tutta la sua luce,

l’oceano lo riprende.

Febo diminuisce dopo il plenilunio.

I venti selvaggi si trasformano in brezza leggera…

 

Ma la sua voce non si sentiva più: c’era rumore, troppo rumore, e quel suono assordante che proveniva da nord, e quella nuvola laggiù, sulla montagna, a forma di pino, che sembrava rotolare a valle tra lampi di fuoco e vortici di polvere grigiastra…

Claudia colse come in un caleidoscopio i volti e i gesti delle persone davanti a lei: le donne, con le bocche spalancate nell’urlo disumano di orrore e di disperazione, già pronte a slanciarsi fuori del Teatro…a casa, a casa…ci sono i bambini…e i vecchi genitori… e c’è l’oro e l’argento e tutti gli altri beni da salvare…

Gli uomini, ammutoliti, si guardavano a vicenda, in cerca di qualcuno che desse ordini, dirigesse le operazioni, dicesse cosa fare…Alcuni balzarono in piedi, subito imitati dagli altri…da questa parte, presto…al riparo, al riparo…salvate le donne… a casa, a casa…i miei schiavi…i miei sesterzi…

Qualcuno era caduto in ginocchio…Iside, dea madre, stendi la tua mano pietosa su di noi…Ma la folla, in fuga disordinata, gli era già addosso.

Tutti si spingevano, ognuno cercava di precedere l’altro e chi cadeva veniva travolto e calpestato senza pietà.

In quel momento la terra prese a sussultare, a scuotersi, a precipitare, mentre il cielo diventava nero di cenere e rosso di fuoco e il sole era ridotto ad una palla appena visibile in un alone lampeggiante.

In preda al panico, Claudia intuì istintivamente che l’unica via di salvezza era la fuga…un tetto, un portico, una veranda, qualsiasi cosa che mi ripari da questo orrore…

Si precipitò giù dal palcoscenico, torcendosi una caviglia e mescolandosi alla folla terrorizzata, senza sapere dove andare. Ma dov’era Riccardo? Lui sì che saprebbe cosa fare…

Improvvisamente vide dei lampi azzurri e gialli provenire dalla montagna e udì un sibilo stridente… gas! oddio, i gas!

L’odore di zolfo stava diventando sempre più forte e l’aria si faceva irrespirabile.

Un vento selvaggio, proveniente da nord, la investì con il suo fiato caldo, facendola vacillare e portandole l’eco del fragore dei tetti che si schiantavano, delle case che crollavano, mescolata ai lamenti dei feriti e alle urla di coloro che, in preda al terrore, vagavano, cercando inutilmente scampo alla pioggia di fuoco, cenere e lapilli.

Quasi accecata dalla polvere e ormai in preda al panico, Claudia si rifugiò nel corridoio orientale, che passava dietro l’Odeion, per aprirsi sulla via che portava alla Porta di Stabia.

Lì c’era fresco, lì c’era silenzio, un silenzio irreale, un silenzio amico. La terra non tremava più, ogni frastuono era cessato e nell’aria c’era il profumo della campagna circostante.

Appoggiando una mano alla parete, Claudia chiuse gli occhi e respirò avidamente l’aria pulita, meravigliandosi che i suoi polmoni fossero ancora in grado di dilatarsi e di restringersi con ritmo regolare e rassicurante.

“Ecco dov’eri finita!”

 Il caldo, il sole: un mezzo colpo di calore, ecco di cosa si è trattato! E poi tutte quelle stupidaggini di Riccardo sull’ora di Pan e sui fantasmi e sul 24 Agosto…

“Ero andato a prenderti una bottiglia d’acqua, ma al mio ritorno eri sparita…” e sorridendo le porse la bottiglia ghiacciata, che lei afferrò con l’avidità dell’assetato nel deserto.

“Nihil potest durare tempore perpetuo…”

“Piano, ti farà male…”

Ho recitato davanti a… dei fantasmi?

“Bevi adagio…”

Eppure erano così vivi, così veri…

“Grazie, Riccardo”

Lui la guardò un po’ stupito, ma non disse niente, limitandosi a sorriderle.

Claudia sentì che qualcosa si stava muovendo dentro di lei, una specie di solletico all’altezza della gola, un tocco lieve di farfalla sul cuore, un desiderio di chiudere gli occhi e di lasciarsi andare… Quasi inavvertitamente si accostò a Riccardo, le labbra vicinissime alle sue, il cuore che batteva incerto, gli occhi che si incantavano sul suo sorriso…

Sorriso? Altro che sorriso! Sta ridendo a crepapelle l’infame…

Seguì lo sguardo dell’uomo e vide la propria mano ancora appoggiata là dove aveva sentito che il muro era solido e sicuro e là dove un graffito, ad altezza di bambino, riproduceva un gigantesco fallo alato in erezione.

“Mascalzone che non sei altro” gli disse tra i denti, ma la voce vibrava più di divertimento che di rabbia.

“Forza, rientriamo in albergo” il tono di lui aveva un che di battagliero e di birichino insieme.

Si avviarono: lei davanti, zoppicando leggermente, lui alle sue spalle, presenza discreta e rassicurante.

All’aperto, il sole splendeva alto nel cielo ed una brezza leggera spirava dal mare.

 

Stefania Giovando

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