Brina Maurer, Claudia Manuela Turco

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Forse, però, è anche vero che riesco a parlare così persino di mia madre perché è ancora vicina la sua perdita; ancora non mi pare possibile che non la rivedrò mai più, che non potrò mai più litigarci.

Ritornando alla cerimonia funebre in brughiera, fu a dir poco grottesca. Mia madre attaccò con la solita recita della diva affranta per l’enorme perdita:

-         Amici, vi ringrazio per aver voluto essere tutti presenti qui con me, nel paese natale di mamma Lora. In questo momento di grave lutto familiare il solo conforto per me possibile è quello rappresentato dalla vostra presenza. Il bene che mi avete dimostrato è inestimabile. Voglio dirvi, ancora una volta, che vi amo tutti tantissimo, che non so come avrei potuto superare anche questo brutto momento senza di voi. Grazie, amici.

Non so dove Liò Liù trovasse il coraggio per affrontarmi, per non scappare lontano vedendomi a due passi da lui. Invece se ne stava lì come un baccalà lesso sotto il sole, in piena tranquillità. Come se nulla potesse disturbare la sua sordida coscienza. Pareva persino offeso, da certe espressioni che montava, da come muoveva la mano fasciata (merito mio!).

Dopo quaranta minuti di oratoria alla Ele, sotto il sole cocente, finalmente Vince fu invitato a disperdere le ceneri di nonna. Lui si sentiva onorato.

Ovviamente nessuno aveva pensato che io avessi lo stesso diritto di cugino Vincent a spargere le ceneri. Non che ci tenessi, anzi. Però, a proposito di ingiustizie e di disparità di trattamento…

Il cugino stronzo decise di fare anche lui un discorso commemorativo. Di certo, presuntuoso com’è, non se l’era preparato. E fu evidente per tutti che stava improvvisando. E male.

Mia madre, colpita dalla figuraccia che stava facendo colui che lei considerava un “figlio”, intervenne per aiutarlo:

-         Vince, caro. Non sai, non hai idea di quanto io apprezzi quest’emozione che tu stai dimostrando. Ti strozza le parole in bocca. È davvero commovente. Si vede l’amore sincero che provavi per la mia mamma. Le vorremmo sempre tutti bene. Grazie Vince.

Volevo vomitare. Certe mielaggini risultano insopportabili, quando non c’è un minimo di pudore. Tutti svergognati.

Repentinamente notai in lontananza un piccolo vortice di vento che mulinava alcune foglie insieme a pochi petali colorati.

Non ho mai creduto alle storie di quelle persone che dicono di avere recuperato all’improvviso ricordi rimossi in tempi lontani per evitare un eccessivo dolore, un dolore altrimenti insopportabile. Ma a me è successo in brughiera.

Non potevo crederci a quello che vedevo: non potevo crederci a quello che stavo ricordando: la gonnellina in jeans e la mano di Vincent che cercava di afferrarla, di infilarvisi sotto, mentre io continuavo a girare, a ruotare su me stessa, nel tentativo di sfuggire a quelle molestie. Mentre zia Letizia rideva. Guardava e rideva. Avevo cinque anni e Vincent tredici e mi molestava. Sessualmente.

Presi la parola. Forse non era il momento più adatto, forse non avrei mai trovato un momento più adatto. Esplosi:

-         Cari presenti. È arrivato il momento che spenda io alcune parole memorabili per commemorare l’evento, come si conviene. Cara nonna, ti ringrazio per tutto quello che hai fatto per me, per aver aiutato mio padre a crescermi. Non posso, però, perdonarti per non aver fatto nulla per difendermi, almeno quando ero soltanto una bambina, da questi esseri spregevoli qui radunati per darti l’estremo saluto.

Quei volti vuoti mi fissavano increduli. Come avevo osato? Ma la doccia icebergica doveva ancora arrivare. Smisi di rivolgermi a nonna Lora per affrontare, a viso aperto, i nemici, il branco.

Fui spietata, breve ma spietata con ognuno dei dieci presenti (ovviamente Cola, l’undicesimo, non c’entrava niente):

1.      A Guido: “La ammiro per aver accolto in casa sua Nicola come un figlio, ma come fa ad accettare che mia madre lo tratti come uno zingaro sporco e ladro? Come uno Sputo?”

2.      A Serenella: “Come può accettare di frequentare la diva, mentre suo marito le ronza attorno da anni, aspettando il suo turno per portarsela a letto?”

3.      A Floriana: “Crede che abbia dimenticato le volte in cui mi sono chiusa a vomitare in bagno per come si presentava vestita a casa nostra? Adesso che sta diventando mamma, alla modesta età di sessant’anni e rotti, veste come una novizia, ma come posso dimenticare che mia madre, le poche volte che ci faceva visita, trascorreva tutto il pomeriggio con lei in salotto a guardare film porno e a studiare gli accostamenti di biancheria intima? Un incubo quel reggiseno con il solo ferro per sostenere i mammelloni e senza nemmeno un centimetro di stoffa!

4.      A Giorgio: “E lei, caro Boyo, pensava di essere divertente, quando raccontava barzellette sporche a una minorenne? Dovevo ridere? Sì, mi ha sempre fatto molto ridere quella sua faccia da deretano bollito. Sarà proprio un papà modello.”

5.      A Liò Liù: “Il fotografo delle dive deve farmi avere tutti i negativi di quelle porcherie appese nel salone piacentino di mia madre e tutte le stampe e ristampe (richiesta che estendo anche a mia madre). Altrimenti scatta la denuncia per molestie sessuali, sequestro di persona e molto altro.”

6.      A Stefania: “E tu non avere paura! Lo so che mi tratti sempre male soltanto perché temi che ti voglia soffiare il posto. Io non ci penso proprio a diventare la nuova accompagnatrice di Liò, te lo assicuro. Piuttosto mi suiciderei. Lo dico per te, fin che sei in tempo: lascia questo vecchio porco, ora. Abbi un po’ di stima e di rispetto per te stessa. Non buttarti via così. La società è una fogna, ma c’è ancora gente che ha buon gusto e che guarda male quelli come voi altri.”

7.      A Zia Maria Letizia: “Tu sei la persona più responsabile per tutto il male che Vincent ha sempre fatto a me e a tante altre persone. Sei timorata di Dio solo quando ti fa comodo, per salvare la reputazione della brava donna di casa. Sei la madre di un mostro, colei che ha contribuito a plasmarlo e a renderlo incontrollabile.”

8.      A Pelagia: “Sei felice, di bella, hai messo le mani sulla torta. Ma attenta, Maria Goretti, perché quelle candeline ti esploderanno in faccia. Vince sarà l’inferno della tua luce. Fingi pure che non esistano i crimini che ha commesso il tuo compagno e che gli altri siano pazzi. Alla fine sarai tu quella che si ritroverà a trascorrere il resto dell’esistenza da sola con il mostro… oltre che con il mio collier!”

9.      A Vincent: “Credi che abbia dimenticato che mi molestavi sessualmente  da bambina? Pensi che l’immagine della finta-vergine, di Pelagia ti salverà dinanzi al mondo. Ma voi due siete condannati. Non vi lascerete mai, ne sono certa. Sarete, l’uno per l’altra, la peggiore condanna possibile. Insieme pagherete per tutto il male che avete fatto a molte persone.”

10.  Alla Diva: “Prendi quello che ho detto a tutti i presenti e aggiungici le infinite forme di prostituzione che mi hai inflitto. Tu non sei una madre. Mi hai coinvolta persino nella pornografia. Hai difeso Vince come un figlio contro la tua vera figlia, il mostro contro la purezza. Ha trionfato il male per colpa tua. Hai lasciato che fossi in pericolo di vita e te ne sei stata a guardare, a ridere. Tutti insieme non siete altro che un branco di pervertiti.”

Per chiudere mi rivolsi a Vincent: “Coraggio, Vince; getta le ceneri, che si va a mangiare!”

Non avevo più paura di nessuno di loro. Non mi sentivo più in pericolo.

Quando Vince spostò leggermente il coperchio dell’urna, cominciò a levarsi una leggera brezza. Io li avvertii, ma venni ignorata (la coscienza prudeva?).

Non appena l’urna fu scoperchiata, il vento si fece minaccioso. Vincent giù duro, imperterrito, con quella testa da somaro che si ritrova. Lanciò, senza assolutamente pensare, le ceneri proprio controvento. Così fummo tutti investiti dalle ceneri di nonna. Io, per la verità, un po’ mi ero tirata in parte ma non sufficientemente.

Quando vidi i presenti con il viso “impolverato”, scoppiai a ridere e dissi: “Nonna Lora, sarai sempre con noi! Riposa in pace!”

A terra, tra la cenere, individuai qualche mozzicone di sigaretta. Avevo dimenticato che in quei giorni avevo litigato con Vincent anche perché lo avevo pizzicato mentre usava l’urna cineraria come portacenere.

Mia madre era furiosa, ovviamente con me, per il mio discorso dai dieci punti di fuoco crescente. Non replicai in alcun modo perché stavolta avevo una via di fuga. E un piano.

L’autista della Mercedes, cioè l’autista personale di mia madre, era stato lasciato libero per qualche ora, ma se n’era andato a piedi dicendo che avrebbe fatto una passeggiata nella brughiera e in un paesino lì vicino famoso per non so cosa.

Io e Cola, mentre il branco si faceva stretto stretto attorno alla diva per comunicarle tanto cordoglio, ci impossessammo della Mercedes per ritornare a Udine. Cola non aveva la patente, quindi ero costretta a guidare io (ascoltando Paolo Meneguzzi!).

Sono un’appassionata di Formula 1(adoro David Coulthard, l’uomo più bello del mondo! Di tutti i tempi!), però, lo confesso, quando guido io cerco di andare piano perché mia madre mi ha traumatizzato.

In autostrada, dalle parti di Piacenza, fui fermata dalla polizia. Ragazzi, che panico! A me pareva tutto a posto. Che diavolo avevo combinato? Che pensavano? Che avevo rubato la macchina? Mia madre poteva avermi denunciato? No, non era arrivata a tanto, almeno in quell’occasione. Non dopo il mio discorso conclusivo.

Il problema è che non raggiungevo i 90 chilometri orari. Ero un intralcio, un pericolo pubblico!

Una volta arrivata a Udine feci in fretta e furia i bagagli, presi Pitta Bulla e con il vecchio Panda in via d’estinzione mi guadagnai la strada per la libertà. Andai a Bologna, trovai una sistemazione di fortuna in un hotel per qualche settimana. Poi mi trasferii in una casetta in affitto con la mia piccola.

Cola ovviamente rimase a Udine. Tante mie cose sono rimaste a Udine, ma quando uno è in fuga non può di certo portarsi dietro il suo mondo, visto che è proprio da quello che vuole fuggire, no?

Già da tempo avevo calcolato che con i soldi lasciatimi da mio padre mi sarei potuta tranquillamente mantenere sino alla laurea. Volevo dedicare ogni attimo allo studio e ai cani. Non volevo fare lavori della minchia per risparmiare o guadagnare qualche soldo, per poi imparare meno o dedicare meno attenzioni agli amici a quattrozampe. Non ho mai sopportato le persone che dicono di saper fare tutto mentre fanno semplicemente male ogni cosa che fanno.

Ho tanti motivi per poter essere orgogliosa di me stessa, anche se non mi sono spaccata in quattro in una fabbrica per guadagnarmi la pagnotta ammuffita.

Quando sono ritornata a Udine per il funerale di mia madre, dopo più di un anno, mi sono sentita divisa. Divisa tra lei e me, tra lei e Cola, tra me e il mondo.

Dovevo fissare sulla carta il passato prima che la memoria cominciasse a giocare brutti scherzi. Prima di restare prigioniera dei sensi di colpa e dell’amnesia. Dovevo fissare per sempre le cause del mio comportamento. Erano loro le radici da cui mi andavo sviluppando. Decisi che, subito dopo i funerali, sarei ritornata a Bologna e avrei scritto queste mie riflessioni.

Nel bene e nel male l’esperienza condiziona. E la conoscenza non può molto di fronte al dolore più acuto. Ma non si deve cadere nella rete dei sensi di colpa infondati, quelli creati dall’eccessiva generosità verso il prossimo e l’assoluta mancanza d’indulgenza verso se stessi.

Durante il funerale di mia madre andai soltanto in chiesa. Non rivolsi la parola a nessuno. Non avevo nessuno da salutare.

Un avvocato si sarebbe occupato dell’eredità. A quei debosciati avrei lasciato il meno possibile. Non per avidità, anzi. Tutto quel che mi sarebbe rimasto sarebbe andato ai cani.

Poi, in gran fretta, raggiunsi Codroipo per vedere un’ultima volta Cola. Troppo tardi per la cerimonia in chiesa ma comunque in tempo per l’estremo saluto al cimitero.

Qui Guido e Serenella, malgrado fossero sorpresi per la mia presenza, mi diedero una lettera che Cola aveva lasciato loro per me. Dovevano consegnarmela soltanto se mi fossi fatta vedere alla cerimonia funebre.

La lessi quando tutti se n’erano andati. Sulla lapide di Cola. Soli io e lui, come tante volte. In mezzo ai morti, ma soli anche lì.

La lettera mi sconvolse. Mi accasciai sulla tomba dicendo: “Cola, io ti credo. Anch’io ti vorrò bene per sempre. Avrei voluto fare di più per te. Non ti dimenticherò. Finalmente ora sei in pace.”

Le solite baggianate che si dicono in situazioni del genere? No, quando ti viene a mancare un amico, un amico così giovane, un giovane amico suicida, le senti e le provi davvero quelle emozioni, pensi davvero quel genere di cose.

Però, nel vortice della mente, cominciarono a farsi largo pensieri intrusivi non graditi:

E se anche lui ti avesse mentito? E se anche lui non fosse stato all’altezza delle tue aspettative? E se anche lui fosse colpevole? E se fosse stato davvero colpevole? E se… l’avesse veramente violentata lui?

No, non poteva essere vero. Lo sapevo. Eppure quei pensieri attraversavano la mente. Non li catturavo nelle rete del senso voluto, del significato codificato con intenzione, per esprimere un autentico convincimento. Eppure quelle idee trafiggevano il mio cervello. Il mio spirito.

Sono magra e posso dire a me stessa, posso concepire nella mente, posso modulare con le labbra con o senza voce la frase “Io sono grassa”. Eppure non lo sono e non lo penso.

Posso essere una santa e giocare con la mente e dirmi che sono tutt’altro.

Posso pensare che Cola non è un assassino, non è uno stupratore, ma lasciare che un simile pensiero attraversi la mente. Anzi, non posso fare proprio nulla per impedire che tali parole e immagini invadano il mio essere. Un essere inospitale nei confronti del nemico del mio amico ma che, di fatto, accoglie in sé anche il germe dell’opposizione a me medesima.

Uscii dal cimitero, disgustata per una volta non dal comportamento altrui.

Feci ritorno a Bologna. Durante il tragitto dovetti combattere con decisione per evitare che le immagini immaginate prendessero il sopravvento su quelle fisicamente reali.

Meno male che avevo Pitta Bulla. Solo su di lei potevo (e posso) veramente contare. Nemmeno il ricordo consolatorio di Cola mi rimaneva. Nemmeno quello di mio padre.

Ero certa che Cola si fosse suicidato perché innocente, perché incastrato. Non poteva aver violentato una ragazza. Le sue ultime parole riecheggiavano dalla carta nelle orecchie: “La trovai sulla terra brulla, abbandonata come una carcassa. Provai una tale pena, un tale dolore. Era senza vita. Anziché chiamare subito la polizia, mi gettai anch’io sulla terra e l’abbracciai, piangendo. Eravamo terra. Tutti e due terra.

Quando ci trovarono così, pensarono che fossi io il responsabile. O vollero pensarlo. Il mio avvocato dice che con queste accuse infondate non possono dichiararmi colpevole. Ma già li sento addosso, gli sguardi della gente. I loro dubbi. Non posso sopportare tutto questo. Sono già in galera e, anche se mi lasciassero uscire da questa cella, non potrei mai più essere libero. E forse non lo sono mai stato.”

Se si fosse trattato solo di Cola forse la mia mente non si sarebbe messa a fare brutti scherzi. Ma in ballo c’era tutto: l’autostima, la fiducia nel prossimo, la certezza delle proprie origini, la propria identità.

Chi ero io, e chi sono e chi sarò, quale posto occuperò nel mondo, se da questo ambiente provengo? Ma appartengo davvero anche a questo mondo?

Immaginavo un branco di ragazzini che poteva aver stuprato quella giovane, a più riprese. Di lei vedevo il volto pallido, gli occhi azzurri. I sogni. E poi la fine. Tre ragazzi, stanchi di guardare film porno, di sfogliare calendari con donnine che si strizzano le natiche mentre fanno dondolare i mammelloni, dicono: “Ma cosa vogliono le donne, se queste sono le premesse, se loro stesse si comportano così, se si presentano così?”

Solo che la risposta non la fanno conoscere a quelle che hanno causato tutto questo. Pagano le innocenti.

Ero certa che non fosse stato Cola a commettere il delitto. Ora che avevo ricostruito visivamente l’accaduto, ero più tranquilla.

Anzi, il volto del mostro tra i mostri, dell’ideatore e principale esecutore, assumeva sembianze sempre più precise: era Vincent.

Non importava se non era stato veramente cugino Vincent. Un Vincent qualsiasi, comunque, era il colpevole. Come lo era mia madre e chi come lei ha contribuito e contribuisce a far passare per furbizia un prototipo di donna che è un misto di valvola-vrenzola-verza.

Con Udine ho chiuso. Devo cominciare a vivere. Senza Cola, senza passato.

Non so se resterò per sempre a Bologna, ma so che a Udine non ritornerò.

Forse in brughiera troverò il mio Heathcliff.

So solo che andrò ovunque mi porteranno le mie spugnette rosse danzanti.