Gli odori dei miei ricordi, Pasquale Ferro

Gli odori dei miei ricordi

 

DIVENTO FARFALLA

E M’INVOLO NEI FIORI

LASCIANDO  ALLE SPALLE

IL DOLORE

 
G. RUSSO

 

 

                                                                                        E FUIE ACCUSSI !

                                                                                 CA’ N’ANGELO ARGIENTE

                                                                                       SCENNETTE DA CIELO…

                                                                     O’ VASAIE L’UOCCHIE CHIUSI…PO  A’ VOCCA

                                                   PO SO’ ABBRACCIAIE E SO PURTAIE N’COPPE E STELLE..

                                                                   E FACETTENE AMMORE PE TUTTA A VITA

                                                                              INTE ALL’UNIVERSO ASTRALE

 

                                                                         PASQUALE FERRO

 

Apro piano gli occhi,guardo l’orologio, sono le tre del mattino.

Mi giro e mi rigiro nel mio letto, niente! Non riesco a riprendere sonno,le gambe si intrecciano, forse un attacco di panico. Mi alzo fumo una sigaretta,ritorno nel letto sperando di riprendere sonno ,niente!

Ricordi lontani si presentano,ma io non provo dolore,sono cosi’ lontani che quasi non li riconosco come se non fossero miei,come se non mi appartenessero,ma sono li nella mia mente puntuali come sempre accompagnati da i miei sensi di colpa.

Decido che anche quelli devono sparire

Il giorno prima avevo visto in  un programma televisivo un signore che parlava di scrittura terapia,decido di farlo anche io,ma i miei ricordi sono cosi’ presenti,cosi’ assenti,che non riesco a metterli in ordine di tempo avrei bisogno di sentire la mia storia andare alla ricerca degli odori della mia vita.

Penso proprio che uno di questi giorni andro’ ad annusare le strade dove sono cresciuto, si’ lo faro’.

Camminero’ come un cavaliere errante in cerca del  mio passato,gia’ il mio passato che si affaccia negli ultimi tempi sempre piu’ spesso, come un fastidioso cameriere  che ti presenta il conto , e mi accorgo che e molto salato.

La mia fortuna,e anche la mia salvezza, e stata ,che quando mi trovavo in situazioni brutte, la mia mente volava,i miei pensieri,volavano,volavano in alto fino ad arrivare nel cielo,e come se stessi affacciato a una finestra,vedevo dall’alto il mio corpo di ragazzino che veniva sporcato da mani che odoravano di ,nafta,di violenza, di miseria,e….

Quando mi accorgevo che il pericolo fosse andato via ,lievitavo all’incontrario e rientravo dentro di me,aprivo gli occhi e vedevo nel cielo la finestra da dove mi ero affacciato, e avevo visto.

Un forte desiderio mi prendeva,volevo volare verso la finestra affacciarmi e decidere quando guardare,e decidere quando chiudere gli occhi.

 

 
 

Parle e scuorne e sensi di colpa comme fusse stato tu a vule’ tutto, tu dovevi lottare ca’ famme ca’ miseria.

                                                                                       FIRMATO

                                                                                                   SANDRO                       

 

 

Io cammino tanto,amo passeggiare pensando a tutto e a tutti e spesso non mi accorgo se sono arrivato o se sono passato da questo o da quel posto. Ogni tanto mi fermo e mi doman­do: “Addo’ stongo”  Dove sono?” Non Io trovo strano, anzi mi piace. E’ bello staccarsi ogni tanto dalla terra e volare. E’ sempre stato il mio sogno, volare. Ieri, volando per la strada, ho sentito un forte odore di sapone, varichina, creolina, odori misti ma distinguibili. Mi sono fermato, e dopo essermi chiesto “Dove sono?” mi sono guardato in­torno. Ero sul Ponte di Casanova, dove sono nato.

I miei occhi, la mia mente, i miei ricordi mi hanno ripor­tato subito in un basso, semi chiuso da un portoncino a due ante. Cercavo di sbirciare dentro, ma non riuscivo a

vedere niente, soltanto  soltanto il soffitto scrostato.

Riuscivo però a percepire che la stanza non era più di tre metri quadri.

Davanti a quel soffitto, a quei tre metri senza luce, la domanda che mi si affacciò alla mente fu:”Comme facevamo”  come facevamo?” Già! Otto figli, mio padre, mia madre. I ricordi cominciarono ad andare a mille al­l’ora, non riuscivo a metterli in ordine di tempo, passai dai miei primi quattro anni all’ultimo dei miei quaranta otto.

Da momenti felici a ricordi violenti. Tutto mischiato.

Apri una scatola, un colpo di vento e via. Tutto vola, tutto si confonde, anni, nomi, luoghi. Decisi allora di abbi­nare gli odori con i momenti, con le situazioni.

Così avrei ricordato tutto e tutti.

Guardai di nuovo il basso e vidi che cera un cartello con la scritta “vendesi” decisi senza pensare di telefonare.

La telefonata fu’ breve e concisa, la signora mi disse che era un equivoco e che quello che io credevo fosse un “vendesi” lo era in effetti per un appartamento e non per lo sgabuzzino per gli attrezzi per gli operai,la mia casa era diventata un deposito per attrezzi…….Riattaccai la cornetta

Pensando alla storia dei miei odori, credo che io, bambino, non lo sia mai stato. L’unico momento dell’anno che mi faceva sentire bambino era il giorno della Befana. Non c’era tempo per lasciarsi andare ai giochi, anche se il desiderio era forte. Poi, adolescente, mi fidanzavo con uomini più adulti, più maturi per potermi calare nei panni di figlio.

Ma ben presto, scoprivo che anche loro erano alla ri­cerca di una figura paterna e così mi ritrovavo di nuovo a dover prendere decisioni, ad improvvisarmi uomo, padre

dei miei amanti io, un ragazzino che non era riuscito a giocare con le pistole e che neanche adesso riusciva a vivere la sua età.

E allora diventavo iroso, cattivo, despota, proprio come un padre. E li umiliavo, li rimproveravo proprio come un padre e più mi incazzavo, più mi amavano. Poi ruoli, come in un gioco perverso, cambiavano ed io di colpo diventavo infantile, capriccioso, e loro iniziavano a coccolarmi per mandare via il broncio, per poi ritornare nuovamente loro, cuccioli da accarezzare e da comandare.

Vorrei andare per gradi, cercare di rispettare i tempi in­somma, di raccontarvi gli odori dei miei ricordi.

 

 

                                                  L’odore della violenza

 

Tre metri quadri circa, la stanza dove sono nato. E, in questi tre metri c’era un lettone a due piazze, due comò con cassettoni ai lati del letto, un segrete.

Due erano le entrate: una sbucava all’interno del palaz­zo e l’altra sulla strada. La cucina ed il bagno si trovavano nel sottoscala. Sul letto si dormiva in dieci.

I cassettoni del comò venivano lasciati aperti in modo che, se durante la notte qualcuno cadeva dal letto, finiva nel vano. Quando mio padre e mia madre volevano fare l’amore, ci incitavano a fare il montone. lì montone consi­steva nel buttarsi addosso gli uni sugli altri in modo da formare una montagna umana fatta di piedi, di mani, di corpi. Sotto questa montagna, mio padre e mia madre mettevano al mondo altri figli che avrebbero reso la nostra montagnetta ancora più alta, più alta. Sinceramente, le fi­gure di mio padre e mia madre non riesco a metterle a fuoco. Ma gli uomini che mi hanno iniziato, che mi hanno insegnato sì, me li ricordo bene!

Come “DON MICHELE O’ GRAVUNARO”, un signore che mi voleva molto bene e un poco per pietà, un po’ perché gli faceva piacere, mi ospitava a casa sua. Era una bella casa, , al primo piano. Mi trattava come un figlio; mi accudiva, mi compra­va vestiti anche contro il parere della moglie, non contenta di questa specie di adozione; ma a lungo andare, anche lei si intenerì ed iniziò ad affezionarsi a me. Accanto alla casa di questi signori, viveva una signora con tre figli, una femmina e due maschi.

Uno di questi, Sandro, ma è un nome di fantasia, spes­so mi chiedeva di fargli compagnia. Mi prendeva in brac­cio, e dopo avermi fatto sedere sulle sue cosce, iniziava a coccolarmi, mostrandomi dei disegni che lui faceva per me. Poi, prendeva le mie manine e le portava sulla patta dei pantaloni. lo aspettavo Sandro tutti i giorni sullo scalone del palazzo. Tornava dal lavoro ed io ero lì, con le orecchie tese ad aspettare di sentire il suo fischio che mi avvisava del suo rientro. Non appena mi vedeva rideva, rideva e subito mi portava nella sua cameretta, mi faceva abbas­sare i pantaloni..

 

Io songo na faccia senza faccia,na faccia senza nu sorriso ca te sorride,nun tengo capille,nun tengo orecchie….io nun tengo na faccia,nun tengo sangue e acqua,senza ossa e senza lingua.

Coscia ca camminano senza cammena’,piedi e mani senza dita,

pietto piatto e senza latte.

Sterili d’inte all’anima senza sesso senza amore senza pensiere ca pensano,

sguardo morto e m’briaco

Chesto songo io……pa’ gente

 

 

                                                                                  FIRMATO

                                                                                               SANDRO

 

.lui penetrava le mie carni, entrava nel buio delle mie viscere, con le mie manine si faceva tocca­re il cazzo. Poi, getti forti di sperma, come saette, gli usci­vano dal buco del suo pene, pieno di vene pulsanti.

Forte, bussavano alla porta, e lui frettolosamente, mi alzava i pantaloni, puliva il pavimento.

Era sua sorella, con addosso un odore forte di lavanda.

Avevo solo quattro anni. Lui venticinque.

 

Tu nu figlio miracolato vestito bianco che fasce rosse e blu e                                  n’coppe e spalle e patete ca tutte e ll’unedi’ di albis pe devozzione te purtave addu mamma ell’arco,je t’ammiravo perche’ jre bello,ire puro….chelle ca nun so state mai io…..io desideravo stu piccolo fujent…..e into stesso mumento me facevo schifo dicevo a me stesso:”No!Mo NO!

E sacrilegio sto ammiscann o sacro e o profano….

No!Mo NO!…….dimane…….dimane…….si!”

E o dimane veneve puntualmente jo te pigliavo ancora c’addore de perle e sudore do juorne primm…..E nun era chiu’ sacrilegio

 

 

                                                                FIRMATO

                                                                               SANDRO

 
 

Chissà perché non dicevo niente alle persone, ai fami­liari. Anche quando, un giorno, la portiera dello stabile ci scoprì. Sia lei che la signora che mi adottò, iniziarono a tormentarmi, a farmi mille domande. Ma io negavo, nega­vo sempre dicendo che non era successo niente e potevo farlo perché la portiera non aveva visto tutto.

Quel giorno Sandro cercava di penetrarmi ma un po’ perché ero picco­lo, un po’ le difficoltà di posizioni, gli risultava difficile.

E, mentre lui eccitato e sudato cercava di possedermi, la portiera bussò alla porta. Come le altre volte, Sandro in fretta e furia ricompose me e lui, ma la portiera

 (non ricor­do, i particolari mi sfuggono) notò qualcosa di strano.

Voleva sapere. A tutti i costi voleva sapere cosa era successo. Ed io, sempre a negare, a ripetere che niente, non era successo niente.

E cosa avrei dovuto dire alla portiera?

Avrei dovuto raccontarle che anche suo nipote di vent’anni mi costringeva a masturbarlo  ogni volta che ve­niva a trovarla? Che una volta lui e suo fratello mi portaro­no al cinema, a vedere un film di Totò e mentre proiettavano il film, lui prese la mia mano e la poggiò sul suo cazzo. All’uscita, il fratello notò i pantaloni bagnati proprio lì.

Gli chiese cos’era successo. Lui rispose con un sorri­so. Anche il fratello iniziò a ridere.

Solo io fissavo il vuoto.

Ho rincontrato Sandro all’età di quattordici anni. Ero an­dato a salutare la signora che mi aveva aiutato da piccolo. Eravamo seduti l’uno di fronte all’altro.

lo lo guardavo negli occhi, fisso, per sfida,per ricordargli , ma lui sfuggiva il mio sguardo. Andò via di corsa, come sempre, lasciando nella stanza il suo odore di nafta.

Era diventato un meccanico e nel frattempo si era spo­sato ed aveva avuto tre figli.

Quando rimasi solo nella stanza, cominciai a chiedermi se chissà faceva le stesse cose che aveva fatto con me con i suoi figli.

Non lo vidi più.

Ma di Sandro, mi è rimasto l’odore di nafta.

 

Pasquale….tu mi puoi aiutare tu sei forte,sei intelliggente ti conosco da quando sei nato,a storia toia a conosco bbuono la fame e stenti a miseria poi piano sei salito ti sei aggrappato alla vita le pigliate a pugni a calci e usate e mente e vote pure o corpe pe conoscere pe sape’!Pe crescere….che credi?Io agge seguito tutta a storia toia si bello pecche’ e tenuto o curagge e vivere d’affrunta’ o bene e o male….Ma tiene scritto tutto into o sguardo tuoio inte all’uocchie tuoie,e chi sape leggere se ne accorge

E mo che voglio?

Nu perdono ca solo tu pe puo’ da!…..solo tu e ll’ate comme atte’,nu perdono ca me da a forza e je annanze e accummincia’ tutto cosa do cape e…..

 

                                                                                              

 

                                                                                          FIRMATO

                                                                                                             SANDRO

 L’odore della deportazione

 

La miseria ti lascia i ricordi degli odori. L’odore del cibo povero come i fagioli. Mangiati ogni tanto, sono saporiti. Ma tutti i giorni! Con un chilo di fagioli ed un chilo di pasta, sfami dieci persone. Non ricordo bene quello che si man­giava.

O meglio, non voglio ricordarmelo.

I dolci li vedevamo solo in vetrina. Una volta, ne rubai uno. Ma il pasticcere, accortosi, mi mise su di un tavolaccio e, dopo avermi abbassato i calzoncini, con un coltellaccio minacciava di tagliarmi il pisellino. Riuscii a scappare, ma lo ritrovai nel basso ad urlare con mia madre, perchè vole­va essere pagato.

Mia madre.

Ultimamente, ho visto una foto che la ritraeva insieme a mio padre. Ed ho provato un’infinita tenerezza.

Magra, talmente magra da sembrare una scopa e con tanti capelli. Accanto a lei, mio padre ancora più magro di lei da assomigliare ad un passero malaticcio.

L’ultimo ricordo che ho di mio padre, è di un dialogo fatto in una cucina di una casa popolare assegnataci dal Comune. Eravamo seduti l’uno di fronte all’altro.

Lui mi guardava, e dopo essersi passato le mani nei capelli, mi disse:

“Guagliò! lo so quello che sei…. lo so che sei…” Papà voleva dire “omossessuale”, per non ferir­mi, , non pronunciò mai quella parola.

“Posso capirlo ed accettarlo. L’unica cosa che ti chie­do, però, è di non ritirarti mai a casa vestito da donna. Sai, hai tante sorelle e la gente è ignorante. Nessuna si fidan­zerebbe mai con una che tiene un fratello  così.”

Rimasi ammutolito.

Già, proprio io. lo, che volevo e voglio sempre avere l’ultima parola, non riuscii a replicargli.

Ancora oggi mi pento.

Sono passati tanti anni ma ripensando le parole di mio padre gli occhi mi si riempiono di lacrime.

Avrei aver voluto il coraggio di rassicurare quel buon uomo di mio padre avrei voluto dirgli

“ Papa’ il mio ragazzo mi ama per lui sono tutto e se volessi la luna lui andrebbe tra le stelle , e me la porterebbe su di un piatto d’argento”

Questo avrei voluto dire al mio piccolo papa’.

Perche io lo so’ lui   non era in pensiero per le mie sorelle,non se ne fotteva della gente del quartiere ,papa era preoccupato per me! Per il mio avvenire,per la mia vita che lui immaginava piena di una eterna solitudine.

Gia lui capo famiglia di una tribu di figli immaginava me! Vecchio e solo.

Mi pento mille volte di non avergli detto che io solo non lo sarei mai stato.

Avrei voluto dirgli mille e mille cose….ma non riuscii a pronunciare,,,niente.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

        Torniamo alla deportazione.

Da quel basso dovemmo andare via perche il comune ci aveva assegnato una casa in un quartiere alla periferia di Napoli esattamente a……. Secondigliano.

Non so con quali soldi i miei genitori riuscirono ad affittare una carrozzella per trasportare quelle poche povere cose che possedevano e in piu la carovana di figli.

Per l’occasione mamma ci fece indossare pantaloncini e casacche a fiori.

Io quel viaggio dal Ponte di Casanova a Secondigliano lo ricordo molto bene.

Cantavamo tutti e guardavamo gli edifici sconosciuti…ricordo..eravamo ..felici.

Arrivammo a casa…era molto grande..non finiva mai le nostre povere cose si sperdevano in quella che per noi sembrava una reggia, e di nuovo, cera la nostra gioia il nostro stupore , le nostre casacche a fiori …e polvere…tanta polvere.

La prima notte la trascorremmo accampati tra l’odore della polvere e l’odore del ..niente.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

 

GLI ODORI DELLA MISERIA

Se uso parole come…”miseria …fame” credetemi lo faccio senza auto commiserazione perche queste parole ,questi odori…questa mia vita mi a insegnato a insegnato a difendermi  e a non farmi sopraffare dagli altri.

E ogni volta che ho incontrato nelle mie strade persone che volevano umiliarmi con la loro pseudo cultura…usandola come arma per annientarmi ho sempre risposto con il fuoco eterno della mazzamma Napoletana.

E di colpo le pistole puntatemi contro spesso si rivelavano caricate a salve..

Ancora mi ricordo la figura di mio padre..con la divisa e il berretto da fattorino di autobus…e noi …i suoi figli che lo salutavamo festosi affacciati al balcone felici e sorridenti.

Intanto non giocavamo piu a fare  la “montagnetta” ma la famiglia continuava a crescere,,,e i problemi ad aumentare.

La casa riuscimmo ad arredarla con mobili vecchi e riciclati  e tutto quello che non serviva ai nostri parenti.

Aveva la nostra casa anche una stanza per fare i figli una stanzetta due bagni…insomma una povera reggia,per poveri re.

Il periodo scolastico e stato quello che piu di tutti ho cercato di seppellire…dimenticare…perche e il momento del confronto con gli altri bambini.

Il tutto mi diventa difficile.. vi raccontero’ solo di quella volta che andai a scuola con le calzamaglie di mia sorella…perche non avevo i pantaloni da indossare…e tutti ridevano persino la maestra rideva,e ricordo il mio orgoglio di piccolo ometto che rifiutava  le scarpe date dal comune per famiglie bisognose.

Finita la scuola dell’obbligo, chiesi di continuare gli studi,

visto la mia insistenza mio padre si mise in contatto con un convento di Nola

Partimmo all’alba e, quando arrivammo sul posto, ci ri­trovammo dinnanzi ad una chiesa bellissima.

Mentre aspettavamo, sopraggiunse un ragazzino ospi­te del luogo. Aveva i capelli rasati a zero, gli occhi cerchiati e, mentre si guardava continuamente intorno, parlando in dialetto scongiurò mio padre di portarmi via da quel posto, perché succedevano cose bruttissime.

Arrivò il monaco. Prese mio padre in disparte.

lo non riuscii a sentire cosa si dicevano, vidi solo che si salutarono freddamente.

Sul treno che ci riportava a casa, mio padre mi spiegò che il monaco gli aveva chiesto una retta di duecentomila lire al mese, ovvero a quanto ammontava il suo stipendio, oltre al corredo completo ed altre assurde richieste.

Appoggiai la testa sulla mia valigia di cartone e, men­tre fingevo di dormire, sentivo mio padre e mia madre di­scutere su quanto era stato stronzo il monaco e le imprecazioni di mio padre contro tutti i falsi uomini di chie­sa.

lo, intanto, pensavo a quello che avrei potuto fare della mia vita se avessi potuto continuare a studiare.

Quella fu la prima volta che sentii l’odore della sconfit­ta. La prima.

 

 

 

 

 

 

L’odore della conoscenza

 

 

Adesso vorrei raccontarvi trent’anni della mia vita.

Trent’anni di conoscenza.

Mi risulta un po’ difficile anche perché ancora oggi cer­co di conoscere, di capire. Volando con la mente, potrei descrivere i miei incontri con armonia, ma il sapere non si impara sui banchi di scuola. Quello che ho imparato, capi­to, o appreso nei vicoli, nelle latrine pubbliche, nelle stradine buie e squallide, sì!

Questi sono stati i miei banchi di scuola, i miei libri, i miei compiti a casa. Mai nessuno mi ha portato su una spiaggia… o che so io? In un posto romantico.

Ma andiamo per ordine.

Dopo essere stato costretto a lasciare la scuola, iniziai subito a lavorare.

lì mio primo impiego fu in una trattoria, a servire ai tavo­li, ed è stato il mio primo contatto con il mondo degli adulti.

I commenti, gli sguardi che mi sentivo addosso e che hanno accompagnato e segnato la mia adolescenza, mi imbarazzavano, mi intimidivano, ma al tempo stesso mi turbavano, mi riportavano indietro a situazioni già vissute nei miei primi dieci anni della mia fanciullezza.

A rileggere oggi quegli sguardi mi domando:

“Ero un bambino… .perchè mi guardavano come una ragazza?

lo ero un bambino!”

Mi ricordo di queste persone, uomini adulti pettegoli ed ignoranti, con il loro alito pesante di vino, che ruttavano a tavola per poi lanciarsi in risate fragorose.

Tutto questo mi dava un senso di repulsione ma, allo stesso momento mi affascinava. La sera, finito il lavoro e fatte le consegne, mi dirigevo alla fermata dell’autobus per tornare a casa.

Accanto alla fermata c’era un vespasiano in ferro. In­torno, un viavai strano, movimenti che oggi conosco ma che prima non riuscivo a decifrare. Una sera pioveva a dirotto e nessuno entrava ed usciva dal vespasiano.

Incuriosito, volli entrare per vedere come era fatto.

Tutto era molto umido con un forte puzzo di urina.

Rimasi lì un po’ di tempo, a guardare le pareti. All’im­provviso entrò un signore. Mi guardò e, dopo avermi sorri­so, si avvicinò per pisciare. lo lo imitai e così mi ritrovai al suo fianco. Lui continuava a sorridermi e, sorridendo, sor­ridendo, iniziò a toccarselo in modo a me strano, tanto che quel cosetto piano piano, diventava sempre più grosso.

lo lo guardavo come in trance, non riuscivo a staccare gli occhi. AII’improvviso, lui finì di masturbarsi, infilò dentro il suo coso, richiuse la patta dei pantaloni e se ne andò, lasciandomi con gli occhi sbarrati senza neanche accor­germi che, nel frattempo, era entrata un’altra persona.

Uscii dal vespasiano ed andai alla fermata dell’auto­bus. Gli autobus passavano davanti ai miei occhi, ma io non riuscivo a vederli. Le uniche cose che avevo negli oc­chi erano il viso sorridente di quel signore e quel suo enor­me cazzo.

La pioggia entrava nelle mie carni, nelle mie ossa.

Tornai a casa con la febbre e per una settimana dovetti rinunciare a lavorare. Quando finalmente tornai al lavoro, mi accorsi che tutti quegli uomini non mi interessavano più, ma quello che aspettavo era che arrivasse l’ora della chiusura. Non facevo altro che pensare al vespasiano del­la fermata dell’autobus. Finito l’orario di lavoro, mi recai di corsa alla fermata, con lo sguardo fisso su quel vespasia­no. Ma lui non venne.

Passò una settimana ed io ero sempre li ad aspettare.

Finché una sera, mentre il mio pensiero mi riportava a quello strano incontro, non mi accorsi che una macchina mi si era fermata accanto. Solo il suono del clacson riuscì a distogliermi dai pensieri. Mi avvicinai alla macchina….

Non potevo crederci! Lui, era lui!

“Che fai, aspetti l’autobus?” Mi chiese con uno sguardo che ricordava il mio, quando a quattro anni rubai i dolci a quel bastardo di pasticcere.

“Dove devi andare, ti accompagno.” Salii senza dire una parola. Cominciò a farmi una serie di domande. lo mi limi­tavo a rispondere con un semplice si o no, senza disto­gliere lo sguardo dalla punta delle mie scarpe. All’improv­viso, sentii le sue mani sui miei pantaloni e, dopo averli sbottonati, cacciò fuori il mio piccolo pisello e cominciò a masturbarmi chiedendomi se mi piaceva. Risposi di sì ma realmente mi stimolava a fare pipì. Cosa che feci .E men­tre lui continuava a masturbarmi e a sorridermi, io conti­nuavo a fargli pipì sulla mano. Quei sorrisi, quel giocare con me, quel salire sulla sua macchina durò per molti mesi. Poi, decisi di cambiare lavoro. Ma durante quel periodo, imparai a giocare con questi uomini adulti, imparai come farli sentire in colpa anche perché sapevo, inconsciamen­te, che tutto questo procurava a loro un enorme piacere. Più pensavano di usare me,.. un bambino,… più stavano male e più stavano male e più provavano piacere.

Ed io? lo, ero diventato un piccolo mostro. Ricordo di un tassista che mi diede il solito passaggio.Dissi di chia­marmi Antonio o Angelo, non ricordo e gli chiesi di accom­pagnarmi ad un palazzo che aveva una doppia entrata.

Il giorno dopo, mi nascosi per spiarlo; lui era li, ad aspet­tarmi. Poi non venne più a cercarmi ed io rimasi male.

Quando lo incontrai, gli vomitai addosso tutta la rabbia che avevo covato. Gli rinfacciai la sua mancanza di co­stanza, il suo essersi arreso immediatamente.

Lui si scusava continuamente ma io, per tutta la sera­ta, gli tenni il broncio senza rivolgergli la parola. Cercò di calmarmi entrando in un bar per comprarmi dei dolci, ma io uscii dalla macchina e scappai velocemente. Non l’o più visto. Forse, ebbe paura di me, dei problemi che avrei potuto creargli. Capii che ero un piccolo mostriciattolo e

che avrei potuto fargli del male. Ero diventato pericoloso.Come far salire in macchina un bambino. Ma quasi tutti usavano la stessa tecnica.

La prima sera si parlava soltanto.Loro mi facevano mil­le domande, sempre le stesse. Ed io rispondevo sempre allo stesso modo. A volte, avevo l’impressione come se si conoscessero fra di loro perché il linguaggio era simile a quello del giorno prima e a quello del giorno dopo.

E nessuno di loro mi ha mai minacciato o chiesto di non parlare.. .come se sapessero di potersi fidare di me.

Sapevano che potevano contare sui mio silenzio, sulla mia complicità, ne erano certi.

Quanti ne ho conosciuti. Ricordo un tipo, un bell’uomo vestito in maniera elegante con modi gentili ma con la stes­sa identica tattica degli altri. Quando arrivammo sul posto (di solito erano posti bui e nascosti come il cimitero, l’aero­porto o strade di campagna) lui mi chiese: “Lo vuoi tu o vuoi darlo a me?.” lo non riuscivo a capire. Con gli altri, non c erano risposte da dare. Erano rapporti quasi sem­pre con giochi di mano durante i quali io fingevo di provare piacere e loro, lo provavano veramente.

Non disse altro.Mi tolse completamente i pantaloni e gli slip, mi alzò le gambe e cercò di penetrarmi.

“Mi fai male!” gli gridai Ma lui continuava a spingere, stringendomi le gambe con le sue grosse mani. E mentre spingeva sudava ed ansimava.

 Di colpo, mi lasciò andare ed usci fuori dalla macchina.

Solo allora mi accorsi che aveva un cazzo molto gros­so ma floscio. Non era dritto come gli altri uomini che mi davano il passaggio. Si mise fuori la macchina e mentre mi guardava sorridendo, iniziò a masturbarsi quel pene molle. Mi riaccompagnò a casa. In mezzo alle gambe ero tutto bagnato ed un turbamento mi assalì.

Non riuscivo a capire cos’era successo.

Mi sedetti a tavola, taciturno e pensieroso. E, come al solito, nessuno si accorse di me e dei miei silenzi.

Quattordici persone a tavola e mille problemi da risol­vere

vere: come potevano notare quel bambino che con la sua mente, elaborava i giochi da inventare per fare impazzire di piacere i suoi uomini adulti?

Spesso mi sono chiesto se erano loro i mostri o io.

Una risposta vera, non sono mai riuscito a darmela. Mi sono ricordato della tavola di casa mia. Una tavola molto grande, rotonda. Chiunque tornava a casa, si prendeva una sedia e, dopo aver chiesto al vicino di spostarsi, si accomodava per la cena.

Era un continuo rumore di sedie, di posate e piatti che si aggiungevano ad altre posate e piatti. Era facile, dopo aver girato la tavola, ritrovarsi al punto di partenza.

Uno degli ultimi uomini dei passaggi, era un tipo giova­ne. Non mi rivolse nessuna parola mentre cercava un po­sto dove fermarci. Iniziai allora a contestare tutti i posti che sceglieva. Lo costrinsi a girare per un bel po’ di tempo fino a quando, stizzito, fermò di colpo la macchina accan­to ad un prato di alcune case popolari. Rimanemmo alcuni minuti in silenzio. lo poggiai la testa accanto al finestrino, guardando nel vuoto. AII’improvviso, sentii la sua mano stringere la mia nuca. Con forza prese la mia testa e la mise in mezzo alle sue gambe.

Mi ritrovai in bocca il suo cazzo . La prima sensazione fu di soffocamento e, mentre piangevo, tentavo di divinco­larmi. Ma la sua grossa mano teneva la mia testa ferma, tutto durò pochi attimi. Poi, mi fece scendere subito dalla sua auto. Mentre tornavo a casa, avevo sotto il naso l’odo­re delta sua carne cruda, calda. Quella sera, mi ritrovai a fare il giro della tavola con quell’odore forte di carne cru­da, ma calda.

Lasciai quel lavoro, non ricordo ancora perché. Trovai come garzone di una bar. lì mio compito era portare il caf­fè negli uffici, nei negozi. E, puntualmente, mi innamoravo sempre di qualcuno. Del padrone, del barista, dei clienti. Furono però tre anni senza storie di sesso. Prendevo però

coscienza che qualcosa in me non andava. Una volta, una cassiera di un bar dove andai a lavorare, mise la sua lin­gua nella mia bocca. La cosa mi piacque molto ma ero cosciente che gli uomini mi attraevano di più.

Tutto ciò mi turbava molto, pensieri troppo grandi e do­lorosi si affacciavano nella mia mente di bambino.

“Chi sono? Perché?” mi domandavo continuamente. Ho continuato a pormi queste domande anche da adulto.

Stavo vivendo una profonda crisi di identità.

E poi mi sentivo in colpa…quella colpa che mi avrebbe accompagnato..sempre

Tutta questa confusione, questo malessere mi portò al punto di suicidarmi. Ancora adesso non so se quel gesto lo feci perché volevo attirare l’attenzione degli altri verso di me, la mia disperazione.

Forse perché volevo che qualcuno mi aiutasse a trova­re risposte troppo grandi per un bambino che aveva cono­sciuto lo squallore, la violenza, lì mio fu un cercare aiuto, un voler comunicare il mio disagio. Non ci riuscivo parlan­do, perché non avrebbero capito, anzi avrebbero creato altro disagio con mille domande, interrogativi.

Mi avreb­bero controllato a vista, spiato come mi accadde quando avevo quattro anni. E allora, presi la triste decisione.

Mi ricordo, era una domenica mattina. Mi alzai e, dopo essermi lavato da capo a piedi, presi una manciata di pil­lole che mia madre custodiva in una scatola di scarpe. Presi l’autobus e andai a trovare mia nonna. Ero talmente intontito che non so come feci raggiungere la casa.

Le ultime cose che ricordo, furono le mille domande che i miei parenti mi rivolgevano, poi più nulla.

Mi risvegliai in sala di rianimazione.

Mi dissero che ci rimasi molti giorni. L’unica cosa che ricordo è di aver intravisto mio padre attraverso un vetro. Durante la degenza, nessuno venne a trovarmi, lo ero molto arrabbiato con me stesso. Quando mi dimisero dall’ospe­dale, a casa ripresero gli interrogatori. Ero al centro di mil­le domande di fuoco ma di nessuna attenzione.

Avrei voluto urlare che avevo fatto quel gesto perché avevo bisogno di aiuto. Ma non dissi niente. A nessuno.

Ritornai al mio lavoro. Non sapevo cosa fare, continua­vo a tormentarmi. Arrivai a scrivere ad un giornale. Uno di quelli dove pubblicano le tue storie e provano a darti un consiglio. Spinto dalla voglia di comunicare a qualcuno i miei tormenti, scrissi: “Caro Direttore, sono un ragazzo molto giovane ed ho un problema: quando vedo un uomo che mi guarda in un certo modo oppure se lo vedo nudo su riviste o da vicino, il fatto mi eccita e mi turba; mi piace. Vorrei sapere, con parole semplici, se sono omosessuale e se esiste una cura. Per favore, non usate parole troppo complicate nel darmi una risposta”.

Dopo un mese la lettera e la risposta vennero pubblica­te sul giornale. E non fu mollo complicato decifrare quello che mi scrisse. Lessi mille volte quel pezzo di carta.

lì tutto, si riassumeva in un telegrafico

“Sei omosessua­le e non c’è nessuna cura: punto.”

Ero allibito, deluso. Possibile mai che questi stronzi da­vano risposte e consigli a tutti, prodigandosi a scrivere chi­lometri di righe, parole a donne che avevano litigato con il marito perché lui non voleva che indossasse la minigonna e quindi lei voleva sapere se doveva o no separarsi dal consorte. Oppure uomini che dopo un periodo di matrimo­nio non avevano più voglia di scopare con la propria mo­glie. E allora il “magnifico” giornalista si rimboccava le maniche e giù, a scovare nel suo sconfinato sapere, le risposte piu esaurienti e dotte che poteva partorire dalla sua dotta mente. Ma per un ragazzino no, solo una rispo­sta secca, crudele.

 “Sei omosessuale e non c’è nessuna cura: punto!”

Trent’anni fa pensai che questo giornale era ed è ancora oggi, stupido. Dopo vent’anni da quella rispo­sta mi ritrovai a leggerlo; vi era pubblicata una mia foto. Ero in un campeggio gay e questa foto mi ritraeva abbrac­ciato ad una travestita. Lessi l’articolo e mi convinsi ancor di più che quel giornale non solo era stupido ma da brucia­re, da mandare al rogo insieme a tutta la redazione.

Un ragazzino che legge una risposta così telegrafica e forte, in quel momento si sente morire; ma io ebbi una strana reazione. Dapprima, fui pervaso da contentezza perché avevano risposto a me, ad un ragazzino di una sgangherata periferia di una grande città.

Poi, superata la delusione e la rabbia, mi risposi: “Beh, che vuoi fare? Questa è la realtà. Vuoi andare avanti o fermarti per sempre?”

Ero in un cantiere in quel momento. Stavano costruen­do un palazzo. E pensai alla mia vita, paragonandola a quel palazzo in costruzione. Una gran bella similitudine. Presi il giornale, lo arrotolai e lo infilai sotto il braccio.

“Ma sì…” mi risposi. “Ho ancora tanto da fare!” Mi al­lontanai dal cantiere con una strana felicità, fra l’odore di cemento e polvere che per tanti anni mi sono rimasti nella mente.

Punto ….e basta.

Quattordici anni. Ormai ero un giovanotto. Avevo avuto la mia prima eiaculazione nel cesso di una salumeria dove lavoravo come garzone. Ero un ragazzo che, come i suoi coetanei, voleva vestire bene, viaggiare, conoscere.

Desideravo tutto quello che da bambino non avevo po­tuto avere e il vedere che agli altri tutto era concesso facilmente, mi avviliva. Intrapresi il percorso della conqui­sta del sapere, della cultura.

Mi fu offerta la possibilità di andare a Marina di Massa insieme ad altri ragazzi più grandi di me, a vendere il coc­co sulle spiagge. Iniziai a conoscere nuovi linguaggi e gestualità, a volte imbarazzanti forse perché troppo diretti e spontanei, al punto da sfociare nella volgarità.

Ma anche questo, in seguito, mi è servito.

lì lavoro funzionava in questo modo: sveglia al mattino presto, una frugale colazione e via, subito in spiaggia a

vendere il cocco sotto gli ombrelloni. Verso le due del po­meriggio la pausa per il pranzo e poi di nuovo sui lidi.

Al tramonto venivano a prenderci e ci lasciavano la se­rata libera. Uscivamo insieme e spesso andavamo a pas­seggiare, il più delle volte a cazzeggiare per il paese. Ed ogni sera, una Wolkswagen Maggiolino si accostava a noi

I miei amici si avvicinavano scherzando con l’autista, un uomo sui trent’anni, alto, biondo, con occhi chiari.

 Scherzava con i ragazzi ma posava lo sguardo su di me. Ed io, iniziai uno strano gioco. Rispondevo ai suoi sguardi sorridenti snobbandolo e mostrandomi timido. Gli altri iniziarono a deriderlo, a chiamarlo “ricchione”.

Il gioco durò un bel po’ di tempo. Finché un giorno, men­tre ero intento ad aggiustare il cesto con le foglie di fico ed il cocco, vidi questa ombra enorme proiettata davanti ai miei occhi. Alzai la testa e mi voltai. Il sole mi accecava gli

occhi ma riuscii a vedere il suo viso. Non sapevo come era riuscito a scoprire la mia zona di spiaggia, ma la cosa mi rese molto felice.                                                                              “Ciao piccolo” mi disse sorridendo, lo non gli risposi.

‘Vuoi venire con me? li porto a vedere una fattoria molto bella, con tanti animali. Che fai? Vieni?”

lo continuavo a  non rispondergli. Certo che avrei voluto andare ma il suo
corteggiamento era stato troppo breve. Se gli avessi ri­sposto di sì, avrei finito di giocare con lui ma se gli avessi risposto di no, forse lui non mi avrebbe più cercato. Cosa  dovevo fare? Per fortuna, risolse lui per me e lo fece in
una maniera furba e sbrigativa.

“Compro tutto il cesto di cocco. E, in più, ci sono diecimila lire per te.” Senza dire una parola, lo seguii.

In macchina,fantasticavo su cosa avrei potuto comprarmi con quelle diecimila lire. Arrivammo alla fattoria.

 

 

 

 

Quando ci ritrovam­mo completamente nudi, scoprii cosa significa fare l’amo­re. Con la sua lingua, toccò tutti i punti della mia pelle,leccò i miei piedi, le mie ascelle, fino ad arrivare in mezzo alle mie gambe. lo ero immobile mentre la sua bocca man­giava il mio essere, ero immobile mentre beveva il mio sperma da adolescente.

Immobile, mentre lui apriva le porte del piacere a quel ragazzino che stava crescendo. Rimasi ancora immobile, quando lui mi pagò. Gli incontri durarono tre mesi e in questo periodo io imparai molte cose e guadagnai un sac­co di soldi. L’uomo dagli occhi azzurri insegnò a quel ra­gazzino come raggiungere il piacere con l’arte dell’acca­rezzarsi, del baciarsi. Era come stare fra i banchi di scuo­la con un maestro che mi insegnava sì, un’arte, ma quella dell’amore. Cominciai a spendere i soldi in vestiti, discote­che, divertimenti tutto quello che avevo sempre desidera­to si stava avverando,

Mi sentivo felice, finalmente cominciavo a vivere. Ma un triste episodio, mi riportò alla mia cruda vita. Ave­vo ultimato il mio giro mattutino ed ora ero li, fuori lo stabi­limento ad aspettare che mi venissero a prendere.

lì tempo passava ma nessuno arrivava. La fame cre­sceva , cosi mi avvicinai ad un signore che conoscevo chie­dendogli se avesse visto passare qualcuno.

La risposta fu negativa. Mi chiese allora se avevo fame e se volevo accompagnarlo a mangiare.

Doveva incontrarsi con degli uomini di una nave mer­cantile e, insieme, avrebbero pranzato. Lo seguii e così mi ritrovai al tavolo seduto al fianco di persone sconosciute.

Di fronte a me, si sedette un omone grosso, molto voIgare, abbronzatissimo e pieno di tatuaggi. Mi guardava insistentemente e mi faceva mille domande. Non avevo paura di lui, ma non riuscivo a decifrarlo, tanto era oscuro il suo lato oscuro. Non ricordo come, mi ritrovai da solo con lui.

“Vuoi venire a visitare la mia nave?” mi chiese con quel suo vocione. Incuriosito, lo seguii sul mercantile. Visitai la nave da cima a fondo. Poi, aprì la porta di una cabina. Sporca, sudicia. Mi chiese se volevo riposare un po’. Anzi, non me lo chiese. Mi ordinò di stendermi sul letto e subito me lo ritrovai addosso, in modo rozzo e violento cercò di baciarmi la bocca; il suo peso mi schiacciava, sentivo il suo alito cattivo sul mio viso.

E io continuavo a chiedermi il perche non lievitavo,perche non riuscivo a raggiungere la mia finestra lassu’ nel cielo? Perche non mi distaccavo dal mio corpo come avevo fatto le altre volte?E mentre inseguivo i miei perche, guardavo la sua bocca, brut­ta e maleodorante mentre con le sue mani sporche, tocca­va il mio cazzo, lo stringeva urlandomi in testa.

Sentivo quelle sue mani grandi, sporche, ruvide marto­riare il mio corpo, salire al mio collo e stringerlo, stringerlo fino a soffocarmi mentre lui grugniva e sudava. Non senti­vo dolore, non avevo paura; volevo solo che tutto questo finisse presto, non sopportavo il suo alito cattivo, non sop­portavo la vista della sua orrenda bocca. AII’improvviso, si accasciò a peso morto su di me urlan­do non so cosa, sembrava un animale ferito.

Per alcuni minuti non successe niente. “Vattene, stronzetto.” Mi dis­se all’improvviso. lo non riuscivo a liberarmi da quell’am­masso di grasso puzzolente e lui, rimaneva immobile.

Riuscii a togliermelo da dosso, a raggiungere la porta di quella schifosa cabina, a raggiungere la scaletta della nave. Corsi sulla spiaggia. Mi buttai a mare. Ma il suo odo­re cattivo era entrato nella mia pelle e non riuscivo a libe­rarmene, come quel suo corpo orrendo.

Ancora oggi, quando sono sotto la doccia, sento quel­l’odore sul mio corpo. Odore di cattiveria, odore del male allo stato puro, odore animalesco, non so!

Anch’esso, destinato a fare parte per sempre, degli odori sordi dei miei silenzi.

Il maledetto uomo della nave  non si limito alla violenza, ma la racconto a due suoi amici. E così, una sera, passeggiando in compagnia dei miei catti­vi pensieri, incontrai tutti e tre. I suoi amici, da lontano, mi guardavano ridendo e, mentre lui si allontanò, loro mi ven­nero incontro. “Ciao!” mi dissero. lo non risposi. Ero im­paurito “Allora!” continuarono e, con toni minacciosi, mi fecero capire che avrei dovuto essere

di­sponibile come lo ero stato con il loro amico.

E andai con loro. Per paura, andai con loro. Mi portaro­no sulla spiaggia. Uno dei due mi ficcò il suo cazzo in boc­ca mentre l’altro, in piedi, guardando la scena si mastur­bava. Cercavo di sentire l’odore del mare, di sognare qual­cuno che mi accarezzasse, una mano che stringesse la mia dolcemente.

Ancora una volta non riuscivo a volare perché i grugniti di quei due sporchi esseri erano più presenti dei miei sogni.

Ma che fine avevano fatto, i miei sogni? Erano stati can­cellati dalla cattiveria, da quegli squallidi e violenti rapporti sessuali sfogati sul mio corpo da adolescente.

Possibile che tutti leggevano il mio bisogno di affetto come desiderio di sesso? lo ero un bambino che uccide­vano piano piano, rubavano il mio essere ogni volta che mettevano le loro mani sul mio corpo, mangiavano la mia anima con le loro bocche maleodoranti e sempre piene di saliva traboccante. Chiudevo gli occhi e li riaprivo con la speranza di non ritrovarmeli più davanti ma loro erano lì, e mentre si toccavano a vicenda continuavano a fissarmi.

I Richiusi gli occhi. Rimasi così non so per quanto tem­po. Finalmente, quando li riaprii con un senso di liberazio­ne vidi davanti a me solo il mare: erano andati via.

Mi alzai i pantaloni: erano sporchi di sperma. Tornai a casa senza preoccuparmi più di tanto. Sapevo che nessu­no avrebbe fatto caso né a me, né a quei pantaloni.

Non volevo più girare sulla spiaggia a vendere il cocco, avevo paura. Ma non potevo neanche spiegare il perché. E così, davanti all’insistenza di mio cognato, fui costretto, cesto in spalla, a tornare fra quegli uomini tanto carini con le loro mogli e i loro bambini il giorno, ma tanto porci la notte. Perché? Perché succedeva sempre e solo a me, mi chiedevo? Oggi, so che molti altri bambini hanno dovuto subire e continuano a subire queste violenze.

 Ma prima, nessuno aveva il coraggio di parlare, di denunciare e così i bambini, noi bambini, diventavamo vittime di uomini che, alla fine, rimanevano anche impuniti.

Nascondere, bisognava nascondere e tacere come se un bimbo violentato fosse colpevole della violenza subita. Quanti bambini, come me, si sono trovati nelle mani di uomini senza scrupoli, che hanno spento sogni, speranze, che hanno sporcato quello che dovrebbe essere il periodo più bello e spensierato della nostra vita. Quanti di loro non ce l’anno fatta e sono diventati a loro volta cattivi e senza scrupoli. lo, no. Oggi, più che ieri, cerco l’amore.

L’amore fatto di tenerezze, di affetto che nessuna vio­lenza mi ha mai dato. La felicità di incontrarsi, di andare a letto e toccarsi, cercarsi la notte e riassicurarsi che sì, il tuo uomo è li accanto a te, che non ti ha lasciato sporco di sperma dopo aver dato sfogo alle sue perversioni ma è lì, a baciare i tuoi occhi chiusi e persi nei sogni.

E sognare il piacere, e perdersi nel gioco dell’amore e non più nella violenza.

E sentire finalmente, l’odore caldo del corpo.

Finita finalmente la stagione estiva, ritornai a Napoli. Cominciai a cercare un nuovo lavoro, ma non fu una cosa facile. Ero disoccupato, senza soldi. Ma questo era niente rispetto a quello che mi aspettava.

Mio cognato, parlando con mio padre, gli raccontò del­l’uomo della Wolkswagen e così mi costrinsero a seguirli da un medico. lo non avevo voglia di esser visto da nessu­no, non era quello che volevo. Ma non potevo opporre molta resistenza. Mi ritrovai davanti allo sguardo sprezzante di questo “dottorone”. Cominciò a girarmi intorno ripetendo:

“Ma questo ragazzino è normale!”. lo avevo lo sguardo perso nel vuoto. “Abbassa i pantaloni!” mi ordinò. Poverino! Non immaginava neanche lontanamente quanti altri uomi­ni mi avevano fatto la stessa richiesta ma con scopi diver­si. E la cosa più triste è che non sapevo quanti altri ancora mi avrebbero chiesto la stessa cosa.

lì dottore iniziò a visitare i miei genitali ripetendo sem­pre “Normale. E’ normale!”. Mi ordinò di girarmi. Inutile dir­vi cosa rispose. Mi rialzai i pantaloni nervosamente e la­sciai nella stanza mio padre e mio cognato a discutere con il dottore. Rimasero un po’ a parlare e, quando usciro­no, mio padre mi venne accanto con una dolcezza che non avevo mai visto nei suoi occhi.

Anche mio cognato si mostrò premuroso. Tornammo a casa. Per tutto il tragitto, nella mia mente rimbalzava una parola: “Norma­le! Normale!” Cosa, normale? Che vuoi dire “Normale”? Chi stabilisce che questo è normale e quello anormale? Dovevo superare questa ennesima violenza, dimenticare questa nuova umiliazione. Lo feci, chiudendomi nuovamen­te in me stesso, senza dare più spazio a niente e a nessu­no. Tranne al mio dolore.

Ripresi a cercare lavoro. Trovai un posto come garzo­ne e, di nuovo, mi ritrovai ad accettare passaggi nelle auto di sconosciuti. Quando si avvicinavano , una parte di me cercava di allontanarsi, di negarsi; ma l’altra parte, più for­te e debole al tempo stesso, mi spingeva ad aprire le por­tiere ed accomodarmi accanto a questi uomini tutti uguali,

tutti tremendamente identici.

Trovai la forza di affrontarmi. In fondo, io desideravo una vita “normale”, non potevo lasciarmi “prendere” da questi uomini che mi lasciavano da solo e triste, dopo es­sersi divertiti. Cominciai a frequentare le discoteche, a corteggiare le ragazze, ad uscire in comitiva con ragazzi della mia età.

Si usciva i fine settimana, si organizzavano gite insom­ma; la vita da teen-ager che desideravo.

Una domenica, Raffaele ‘o nasone (inutile spiegarvi perché lo soprannominammo così), mi invitò ad andare in una di­scoteca che non conoscevo. Accettai.

Nel tragitto alla di­scoteca, Raffaele mi avvisò che il padrone era “ricchione”. lo risposi con un finto sorriso. Arrivammo in questo posto. All’epoca, non esistevano DJ, non si ballava mixando di­schi, non si cercavano le battute per non spezzare il ritmo. Si ballava al suono di chitarre, bassi e batterie suonate dal vivo. Era il periodo del rock allo stato puro, quello dei Led Zeppelin, dei Deep Purple. I ragazzi del complesso erano dei doni di Robert Plant, con quei capelli lunghi e ondulati ed il bacino in bella mostra. Ai piedi, delle scarpe con delle zeppe enormi e pantaloni a zampa d’elefante.

Rimasi affascinato dai quei ragazzi e dal loro modo di muoversi e provocare che avevano. Per me, era una novi­tà e ne rimasi affascinato. Alla cassa del locale, dietro il bancone a staccare i biglietti, c’era il padrone, c’era il “ricchione” come lo aveva chiamato Raffaele. Mi puntò subito, come si punta una quaglia per poi spararla. Ed io, ero una quaglia disponibilissima, pronto a farmi accoppare e, difatti fu molto semplice per lui, strapparmi un appunta­mento.lì lunedi, puntuale, mi presentai a casa sua. Facemmo l’amore. E, soprattutto, me ne innamorai.

E fu un grosso errore. Mi innamorai di un bastardo che cambiava un ragazzino al giorno, ed io, ero un altro della sua collezione. Ero pazzo di lui, al punto da non nascon­dermi. E così, la cosa arrivò alle orecchie di mio padre.

Una sera, mentre mi aggiravo tra i fumi della discoteca, me lo ritrovai davanti.

Aveva le lacrime agli occhi,mio padre mi implorò di lasciare quel posto e quell’uomo, di tornare a casa. Non ebbi pietà di lui e non volli dargli ascolto. Gli risposi di no: calda e forte, arrivò la sua risposta sul mio viso. Lo vidi sparire fra quegli stessi fumi dai quali era comparso. Dovette intercedere mio nonno, affinché io potessi tornare a casa.

Eppure, continuavo a frequentare quel luogo di nasco­sto. La sera, approfittando della sua assenza, rubavo dal­la tasca della giacca di mio padre, il taccuino con i giorni, gli orari dei turni e le zone. In questo modo, avrei evitato altri spiacevoli incontri. Una sera, il cacciatore mi chiese se volevo “accompagnare” un suo amico. lo lo guardai sconvolto. Come aveva potuto farmi quella proposta? Come poteva chiedermi una cosa simile a me, proprio a me che l’amavo tanto? Avrei voluto insultarlo, gridargli tut­to il mio schifo; e, invece, di accettare. Accettai, per ven­detta, perché volevo fargli capire che no, non era niente per me, che non l’amavo. Seguii il suo amico.

Seguii Armando. Ma fu un rapporto brevissimo, quasi non mi toccò, come se avesse paura di profanare questo piccolo corpo. Non sapeva, quanti invece, al contrario di lui, non si erano fatti per niente scrupoli.

Andai via stizzito, al momento quasi infastidito e promi­si a me stesso che non l’avrei più rivisto. Ma pensavo sem­pre ad Armando ed al rispetto che aveva avuto per me, per il mio corpo e la mia anima.

E così, un giorno andai a trovarlo. Lo trovai attorniato da ragazzi preso a ridere e scherzare con loro. Vederlo così preso da quei tipi mi procurò una fitta al cuore; voltai le spalle e cercai di andar via da quella scena.

Armando mi vide e, dopo aver lasciato il gruppo, mi raggiunse prendendomi alle spalle.

‘Tu va di fare due passi?” mi chiese con quel suo modo

garbato e cortese. lo gli sorrisi, accettando. Avevo detto sì a tanti uomini volgari e maleducati. Come rifiutare un invi­to così gentile? Parlammo tantissimo. Per la prima volta, potevo raccontare a qualcuno le mie storie, le mie soffe­renze . Anche lui cominciò ad aprirsi, a raccontarmi la sua storia, una storia fatta di menzogne, di bugie.

Era sposato. Parlammo tutta la sera, la notte.

Parlammo per cinque lunghissimi, bellissimi e intensi anni. Anni vissuti fra le difficoltà, fra le paure di essere scoperti, le minacce, le vendette.

Anni fra lacerazioni e tor­menti ma anche di superamento e di accettazione definiti­va, serena. Anni di crescita ma anche di grande e intenso amore. Prese in affitto una casa nel cuore della città e mi chiese di andare a vivere con lui.

Ma io non accettai: io, minorenne lui, sposato e con figlio e mio padre che avrebbe scatenato un putiferio.

Con la morte nel cuore dovetti rinunciare e lo feci per amore. Non volevo distruggere la sua famiglia, non volevo che la moglie, il figlio e i parenti tutti lo mettessero alla berlina, lo offendessero. No, non lo meritava. Proprio lui, non lo meritava, I cinque anni vissuti con lui, sono stati gli anni più belli della mia vita; il nostro amore così forte e grande. E quando un amore è così forte e sincero, quando la passione finisce esso si trasforma in amore fraterno, in un rapporto di complicità, in una spalla dove appoggiarti quando vuoi piangere e non sai dove andare.

Ecco; questo è Armando per me, oggi. Un uomo che non finirò mai di amare e rispettare, perché mi fece cono­scere l’amore vero rispettandomi come persona e poi come amante.

 Un sabato sera, in compagnia di Raffaele ‘o na­sone e di altri amici, andai in una discoteca gay.

La prima della mia vita. Ero estasiato nel vedere tutti quegli uomini che ballavano abbracciati baciandosi senza freni, senza paura di essere giudicati, indicati, derisi.

Mi sentivo libero di muovermi, di guardare, di corteg­giare ed essere corteggiato in maniera così diretta.

Ero una faccia nuova e quindi una preda da conquista­re. Ero al centro di mille attenzioni; ma il mio sguardo si posò su un piccolo uomo con i baffetti timido e discreto.

Mi avvicinai e, di nascosto dal gruppo, mi allontanai con lui. Facemmo l’amore nella sua macchina. Tornammo in discoteca per salutarci subito. Doveva riportare la macchi­na presa in prestito dal fratello, promettendomi che ci sa­remmo rivisti al più presto. Ci rincontrammo.

E lo facemmo per quattro anni.

Dovetti affrontare Armando. Con una pena nel cuore, gli dissi che ero innamorato di Lucio, che ormai il nostro rapporto era arrivato alla fine. Armando non voleva rasse­gnarsi, cercò di ostacolare questo mio nuovo amore. Col tempo, si arrese e diventò il mio grande amico.

Con Lucio, avevo un rapporto diverso, senza rimorsi, più sereno. Riuscivamo a vederci solo i fine settimana perché viveva in un paese lontano dalla città e, per motivi economici, non poteva permettersi una macchina.

Ma questo, non ci impedì di vivere una bella storia.

Lui mi fece conoscere i locali, i posti di battuage insom­ma, la vita gay. Ero finalmente sereno ed appagato.

Finalmente, vivevo la mia vita.

Una sera, Lucio mi invitò a casa sua; i suoi genitori era­no fuori per un viaggio ed io dopo due anni che ci frequen­tavamo, ero curioso di vedere la sua casa, la sua stanza,il suo letto. Quando aprì la porta, i miei occhi videro una casa bel­lissima. Scoprii che Lucio era ricco, ma talmente ricco che ebbi un moto di rabbia misto ad una grande delusione.Mi sentii tradito da quell’uomo che mi aveva sempre fatto credere di non possedere niente, che voleva da me i soldi della benzina, i soldi per un panino, i soldi per il loca­le, i soldi!

“Perché mi hai mentito, perché?” gli chiesi umiliato da tutto quello sfarzo.

Lui mi guardò a lungo.

“Credevo volessi sfruttarmi. Credevo fossi uno di quei ragazzacci di strada, pronti a farsi mantenere”.

Rimasi in silenzio.

Nei miei occhi adesso, non c’erano più quegli stucchi e quegli arazzi ma due anni, due lunghissimi anni vissuti al fianco di un uomo che mi aveva mentito, che si era preso gioco di me e dell’amore che provavo per lui.

Gli voltai le spalle e mi diressi verso l’uscita.

Lasciai sbattere la porta così forte, quasi a volermi libe­rare di quell’uomo, di quella storia con violenza.

Ero stanco, deluso da questi uomini falsi e vigliacchi.

Decisi di cambiare vita, di iniziare una storia “pulita”.

Conobbi Rita, una ragazza dolce e bellissima al tempo stesso,Rita mi metteva allegria nell’anima,era divertente, mi faceva sempre ridere moderna, aperta,ma la cosa che mi convinse fu che lei scelseme. Successe tutto in una discoteca una domenica pomeriggio lei la piu’ bella e corteggiata, i miei amici tuttilaccati e intolettati io il solito ragazzaccio alternativo (una nota stonata) Rita mi piaceva molto ma non credevo che mi filava ballammo tutta la sera e intorno a noi tutti i miei amici che lividi ci guardavano e a turno interrompevano intromettendosi, e lei era gentile si faceva corteggiare,poi infastidito da quelle continue intromissioni andai via senza salutare, stavo per uscire “ma dove vai?” ( mi fermo la voce di Rita) “ mi annoio e poi  troppi corteggiatori” gli risposi “ non fare lo stupido, ma non hai capito che sei tu quello che mi piace’” E cosi mi fidanzai con Rita. Per un po’, cercai di fare il “fidanzatino” fedele e innamorato. Ma io ero altro: io, volevo altro. Tutto quello che era passato su questo corpo mi aveva lasciato delle ferite profonde ma anche tanto piacere.

E quindi, il giorno uscivo con lei ma la notte, andavo a cercarmi le storie che mi appagavano.Con il tempo capii che ero innamorato di questa donna e che non era giusto nascondergli la mia vera natura, non potevocostruire un rapporto basato su il pilastri della falsita’, gia era difficile farlo con gli amici e con la societa’

-Dissi tutto a Rita. “Ti amo!” mi rispose lei fra le lacrime.

“Ma un marito gay, proprio non lo voglio!”

Non la vidi mai piu’.

Ma io una famiglia la volevo a tutti i costi.

Lessi un annuncio su di un giornale.

“ RAGAZZA LESBICA CERCA UN UOMO OMOSSESSUALE PER EVENTUALE FIDANZAMENTO E MATRIMONIO”

Risposi a questo annuncio spedendo una lettera a fermo posta con un mio recapito telefonico, la telefonata arrivo’ prendemmo un appuntamento,

Sabato ore diciassette vicino circumvesuviana di Pompei arrivai preciso trovai la ragazza ad aspettarmi, era carina.

Parlammo del piu’ e del meno poi lei disse

“ SEI MOLTO BELLO MI ASPETTAVO UNO GRASSO E BRUTTINO, VIENI TI PORTO A CONOSCERE I MIEI GENITORI” Rimasi inderdetto la bloccai con le mie parole.

 “ SCUSA” le dissi “ MA IO VOGLIO PRIMA CONOSCERE TE, SAPERE DI TE, IO NON VOGLIO SPOSARMI PER COPRIRE CON LA SOCIETA’, MA PERCHE VOGLIO UNA FAMIGLIA.. TU VORRESTI DEI BAMBINI?” “SI!” Mi rispose in modo frettoloso e guardandomi delusa. “ALLORA ASPETTIAMO CONOSCIAMOCI BENE E POI SICURAMENTE  MI PRESENTO A I TUOI” Ci frequentammo per qualche mese,poi conobbi i suoi genitori e lei i miei, era simpatica, solare, l’unica cosa che non mi piaceva era il suo carattere a volte troppo maschile, ma mi stavo affezzionando a lei.

Una domenica andammo a una cerimonia io affettuosamente gli misi un braccio intorno alla vita, lei mi gelo’ con una frase “ Togli subito questo braccio” “ Perche? “ Gli chiesi “ Mi da fastidio un uomo che mi tocca” “ Ma come?” replicai “ Non avevamo deciso di avere dei figli, e come li facciamo per corrispondenza?”

“Quando ci sposiamo se ne parla” Mi liquido’ secca e in modo brusco senza darmi modo di replicare.

Capii che quella storia non poteva andare avanti, non pretendevo il grande amore, ma almeno stima affetto, ma lei voleva solo coprire la sua vera sessualita’ con il mondo intero e zittire le voci di paese che ultimamente si accanivano su di lei.

Chiusi il rapporto con un cercare un chiarimento ma lei era ostile non voleva parlarne allora “ Arrivederci e grazie” non mi degno’ nemmeno di una risposta.. avevo ragione

.Iniziai a lavorare come operaio ascensorista, un me­stiere che mi permetteva di entrare in posti non accessibili a tutti come i manicomi giudiziari, carceri, case di cura.

Posti dove capivi veramente cosa volevano dire parole come solitudine, emarginazione, dove leggevi negli occhi di quegli uomini la paura della prigione, la disperazione di una malattia, lasciati a marcire in una cella o attaccati ad un letto e la ricerca del calore di una mano tesa, di un sorriso, una speranza.

Uscivo da quei posti con un solo pensiero: aiutare quelle persone. Dovevo fare qualcosa per ridare voce e dignità a quegli uomini e quelle donne abbandonate al loro destino.

Quello che vedevo e che avrei continuato a vedere mi avrebbero segnato la mia vita.

Conobbi due ragazzi che si interessavano di cinema.

Le loro tematiche trattavano di emarginazione e solitu­dine; cominciai a collaborare con loro. Insieme realizzam­mo dei piccoli lavori in super otto che confluirono in uno spettacolo teatrale. lo ero il protagonista di una storia tri­ste e violenta. Diventammo ottimi amici  e, spalla a spalla, iniziammo, calcando gli spazi off della nostra città, a raccontare e denunciare i malesseri dei nostri quartieri e delle nostre anime.

Prendemmo parte a conferenze, a sfilare nei cortei ed in me, nasceva una coscienza politica palesemente di si­nistra: la sinistra dei diseredati, dei barboni, delle persone che vivono miserabilmente la loro vita.

La sinistra che si schierava con gli operai post­Sessantotto, delle lotte di classe e dei diritti civili.

Questa, era la sinistra, la mia sinistra degli anni Settan­ta vissuta nel periodo dove un semplice jeans stracciato, un orecchino al lobo e dei capelli lunghi veniva immediatamente letti come un messaggio di ribellione gio­vanile.

Ed io, avevo tanta voglia di ribellarmi a quel siste­ma falso, come erano falsi quegli uomini che la domenica uscivano con le loro belle famigliole, moglie e figli al seguito per un giro sulle giostre ed il gelatino domenicale ma durante gli altri giorni si approfittavano di me e di altri ra­gazzini; ribellarmi a quel sistema che mi aveva fatto cono­scere la fame, mi aveva costretto a non continuare a stu­diare, la violenza.

Riparavo ascensori nei mostruosi palazzoni delle case popolari che ospitavano famiglie umiliate dalla miseria, bambini con la stessa mia tristezza negli occhi che gioca­vano con i rifiuti e le lacrime agli occhi per i crampi della fame; poi, uscito da quei ghetti, mi ritrovavo in quartieri eleganti, in palazzi e case e ville sfarzose con l’ascensore pure nel cesso, abitati da donne eleganti e bambini stan­chi dei giocattoli comprati il giorno prima e che facevano i capricci perché non volevano mangiare il cibo che la ca­meriera aveva cucinato.

Ero giovane e non capivo perché. Perché, mi chiedevo, i bambini sono tutti uguali e dovrebbero avere gli stessi diritti. Oggi, sono un uomo adulto, ma ancora non riesco a darmi una risposta.

Erano le due facce della nostra società ma anche della mia città.

Napoli. La mia Napoli. Come la sento diversa da quella descritta dai, giornalisti, letterati, scrittori, pronti a cogliere solo l’esteriorita’ dei luoghi.. insomma l’aspetto effetto cartolina

. Nel primo gay pride organizzato a Napoli, una signora incuriosita, commentava “ “Scusate, questi sono tutti gay e vabbene! Ma le femmine, che ci fanno pure loro nella sfila­ta?”  e    “lo glielo avevo detto a mio figlio che non doveva mandarmi alla posta.. e invece..sto mieze e ricchioni.. ma pero’ comme so belli.” E, disponibilissirne, iniziano a raccontarti le loro sto­rie, i loro segreti e i loro dolori senza chiederti se hai voglia di ascoltarle, se con i tuoi pensieri sei altrove e non vorre­sti parlare con nessuno, specialmente con delle scono­sciute, per poi scoprirti a cogliere quell’attimo confidenzia­le che solo i napoletani possiedono.

E’ piacevole vedere il rispetto che nutrono verso il dot­tore, l’avvocato e, al tempo stesso e nella stessa misura per il macellaio, il muratore, il garzone.

Per non parlare degli odori della città che cambiano a seconda delle stagioni, delle sue chiese sconsacrate sco­nosciute ai turisti e agli stessi napoletani.

lì linguaggio dialettale che cambia a seconda della zona come il “buarese” (Borgo Loreto), il “luciano”, il “forcellano”, “Sanità”. Guardate il ragazzotto napoletano quando vi sor­ride, vi guarda e capirete quello che ho e non ho scritto.

Questa è la mia città; una città che, da quando nasci, o la ami o la odi ma in tutti e due i casi non ti è mai indifferen­te. La più bella prostituta del mondo che conosce il suo mestiere con tutti i pregi e i difetti della più lasciva baldracca che esiste su questa terra. La più intrigante, travestita, capace di ammaliarti con la sua bellezza rude e ammiccante. La “mariola” per eccel­lenza, subdola, cattiva, esotericamente splendente

Gli anni settanta mi aiutarono molto, perché i gay, un po’ per moda, un po’ per politica, cominciarono ad uscire allo scoperto e cosi iniziai ad accettarmi con più serenità, perché non mi sentivo più solo ma uno fra i tanti e, vi assi­curo, ne eravamo e ne siamo tanti.Se il mare straripasse, non riuscirebbe a nascondere tutti i gay della terra.

Riprendo il discorso del mio percorso.

Un incidente stradale mi costrinse a stare per un bel po’ fermo sia col teatro che con il lavoro. Così, decisi di andar­mene un po’ a Roma e frequentare piccoli spazi e cantine dove si rappresentavano spettacoli e si tenevano confe­renze su tematiche alternative. Una sera, persi il treno che avrebbe dovuto riportarmi a casa.

Avrei dovuto aspettare la mattina seguente e così ne approfittai per passeggiare fra le strade di quella magica città. Ero assorto ed estasiato dalle bellezze di quei monu­menti, palazzi quando una macchina mi si accostò.

“Quanto ti prendi?” mi chiese il conducente. Lo guardai allibito e, arrabbiato, lo mandai a quel paese.

“Caro” mi rispose senza scomporsi “Guarda che stai passeggiando dove di solito sostano i marchettari”.

Mi guardai intorno; effettivamente, nella zona c’era uno strano movimento. Mi avvicinai all’uomo della macchina per chiedergli spiegazioni, cercare di capire e mi accorsi che non era affatto male, con grandi occhi, un naso forse un po’ prominente ma bello e nobile. Senza dire una paro­la salii in macchina; facemmo l’amore nelle vicinanze di un cimitero.

Poi Mario mi riaccompagno alla stazione dei treni e mi lascio’ il suo recapito telefonico.

Il sabato dopo ero a casa sua… e cosi fu per molti mesi.

Mario era dotato di una cultura spaventosa e fu cosi disponibile  a colmare la mia  sete di sapere..e lo faceva  senza mai umiliarmi.

Mai mi aveva fatto sentire  un  ignorante garbatamente mi faceva capere  che dovevo imparare a difendermi dalla gente che usava la loro cultura

E che se li volevo combattere dovevo imparare a usare le loro stesse armi

Iniziai ad avvicinarmi alla letteratura.. leggevo di tutto da “ TOPOLINO A OSCAR WILDE, DA IL MONELLO A PASOLINI A GIUSEPPE PATRONI GRIFFI”

Assaporavo giorno per giorno il piacere del sapere, il gusto della lettura e mi perdevo nelle rime poetiche dei vari autori,

Il rapporto con Mario era soprattutto intellettuale praticavamo poco sesso ma questo non era un problema,era piacevole stare insieme.

Mario mi insegno’ tante cose …

Poi una sera di Agosto  in una discoteca di Riccione incontrai …Lucio…parlammo per tutta la notte  mi confido che era ancora innamorato di me…mi confido tutte le sue paure i timori che aveva nei miei confronti.

Anche io ero ancora innamorato di questo ometto tanto dolce da sembrare quasi una ragazzina al suo primo innamoramento.

Tornammo insieme e ogni volta che ci incontravamo,inevitabilmente finivamo a fare

l’amore  in macchina.

All’ennesimo controllo di Polizia che ci becco nudi in macchina,decidemmo di prendere una stanza in affitto per stare in santa pace.

Trovai una casetta nel rione Sanita il prezzo era buono e cosi decidemmo di comprarla…Lucio caccio la sua quota soldi alla mano ..io firmai delle cambiale.

Vivemmo tra quelle mura due anni intensi e meravigliosi fino a quando..

Una sera fui invitato a una cena a casa di amici..di fronte a me sedeva un uomo con gli occhi simili al popolo della Mongolia, mi mangiava con lo sguardo…ero imbarazzato..anche perche lui non mi piaceva neanche un poco.

Il padrone di casa mi chiese di accompagnare l’uomo dagli occhi di Mongolo nella stanza da letto…ero infastidito da tutta questa insistenza …e per uscire fuori da questo imbarazzo gli diedi un appuntamento.

Ci rivedemmo la settimana dopo ..finimmo a letto …fu penoso perche Alfonso….si chiamava cosi?….Era sicuramente un bell’uomo ma a me non piaceva .

Alfonso mi chiese di accompagnarlo in una libreria. Il giorno dopo ci vedemmo mi regalo uno stupido libro sull’amore poi mi regalo un cigno fatto di semi e un cucciolo di cane in cristallo. Alfonso era un uomo pieno di interessi ,gli piaceva la lirica,il cinema i libri,e inoltre aveva un modo di corteggiare intrigante e particolare,che ben presto fecero presa su di me……dopo  qualche mese mi chiese di lasciare Lucio…

io lo accontentai. Quante volte mi sono pentito di avergli dato ascolto e quanto fu grande l’errore che commisi.

Un errore che pagai con grossa sofferenza e lacrime, tante, versate per quell’uomo. Alfonso cambiò atteggiamen­to, diventando di colpo cattivo ed egoista.

Mi rimproverava per il mio modo di vestire, mi umiliava per il mio modo di esprimermi, mi rendeva insicuro su tut­to, al punto da imbarazzarmi anche quando dovevo spo­gliarmi davanti a lui. Quando finalmente riuscivo a trovare il coraggio per lasciarlo, lui di colpo tornava ad essere l’uo­mo che avevo conosciuto dolce e gentile. Ma durava poco; tornava maligno più di prima. Non mi amava; ero solo una bella cosa da possedere e da prendere in giro. Avevo bi­sogno dell’aiuto di un amico. Cercai Lucio disperatamen­te, ma alcuni amici mi dissero che avrei potuto trovarlo nelle aree di servizio, dove andava a prostituirsi vestito da donna. Mi sentii solo, disperato: Alfonso mi allontanò da tutti gli amici. Gli unici momenti di pace erano quando tor­nava al suo paese in Calabria. Rimasi in contatto sola­mente con Renato, detto” ‘a stunatella”.

Una sera, una di quelle che coincidevano con la par­tenza di Alfonso, Renato mi presentò un ragazzo dagli occhi profondi e grossi baffi neri; un infantile e dolcissimo ragaz­zo che iniziò a corteggiarmi. Iniziai a raccontargli di me e delle sofferenze che mi provocavano le angherie di quel­l’uomo, le umiliazioni che ero costretto a subire anche da parte dei suoi amici. Marco ascoltava i miei sfoghi con pazienza, mi aiutava a far chiarezza in me e accontentava tutte le mie richieste. Lentamente, mi aiutò a ritrovarmi ed a trovare la forza di liberarmi di Alfonso. Ma non avevo il coraggio di affrontarlo e così gli scrissi una lettera. Certo, è squallido chiudere un rapporto con un freddo pezzo di carta; ma non meritava altro.

Quando ricevette la lettera, Alfonso cercò in tutti i modi di mettersi in contatto con me. Mi cercò a casa, telefonò in ufficio e a tutti i miei amici. Quando seppi che lui stava cercandomi, ebbi paura e cominciai a preoccuparmi an­che perchè soffriva di crisi epilettiche e non sapevo cosa aspettarmi.

Decisi di telefonargli ma chiesi a Marco di essermi vici­no: eravamo alla stazione centrale, quando presi il telefo­no e formai il suo numero. Dall’altra parte del telefono, la sua voce era rotta dai singhiozzi. Mi supplicava di non la­sciarlo, che l’amore che provava per me era immenso, che avrebbe cambiato atteggiamento. Mi pregava di aspettar­lo, che sarebbe tornato al più presto a Napoli, per me.

Senza dire una parola, Marco mi lasciò accanto a quel telefono. Lo guardai allontanare con le lacrime agli occhi.

Mi sentivo in colpa ma Alfonso era riuscito ancora una volta a convincermi, a farmi desistere dalla voglia di la­sciarlo. Sapevo che non era vero, che erano tutte bugie quelle che mi urlava fra le lacrime. Sapevo, ma non riusci­vo a sbatterlo fuori dalla mia vita. Tornò a Napoli e il nostro incontro fu disastroso. Niente di quello che aveva detto riuscì a mantenere. Riprese a divertirsi con me, a farmi sentire inutile, inetto e, dopo avermi deriso con grande cattiveria, mi lasciò per ritornare al suo bel paesello calabrese. Rimasi qualche giorno da solo, a rimettere in­sieme i cocci della mia anima e, quando l’ultimo tassello fu incollato, presi il coraggio fra le mani ed una piccola borsa e mi diressi verso la stazione. Salii sui treno deciso a libe­rarmi di quell’uomo e di tutte le sue cattiverie.

Arrivai alla porta della sua casa verso le sei del matti­no. Venne ad aprirmi assonnato. Gli urlai in faccia tutto il male che mi aveva fatto, le sue malvagità. Gli chiesi che razza di amore era quello che nutriva per me se al contra­rio mi dimostrava odio e violenza. Mi guardava senza pro­nunciare parola ma un sorriso cattivo era la sua risposta.

Presi la borsa che portavo con me e, con rabbia, estrassi quel cigno fatto di semi e quel cucciolo di cane di cristallo che mi regalò. Buttai per terra quei suoi inutili regali e li calpestai con forza, fino a romperli. Infine, presi la sua gros­sa mano e, con tutto lo sdegno che provavo per lui, gli sputai nel palmo. Gli richiusi la mano e lo lasciai lì, a fissa­re con i suoi occhi da uomo della Mongolia sbarrati, quel palmo sporco.

Sinceramente, nella mia vita avevo sempre incontrato uomini e donne che mi avevano amato e che mi avevano regalato qualcosa del loro mondo e momenti gioiosi e se­reni. Persone che mi avevano aiutato a crescere e alle quali ero rimasto affezionato e legato a lungo, anche quan­do la passione si era trasformata in amicizia.

Ma quell’uomo aveva distrutto la mia dignità, soffocato il mio amore, ucciso il mio desiderio di vivere.

Un incidente di percorso, che segnò la mia vita, per un lungo periodo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Cinque anni è durata la mia relazione con Marco: cin­que stupendi e indimenticabili anni. Non era il grande amo­re, anche perché la storia con Alfonso aveva lasciato un profondo solco e, davanti ai miei occhi, avevo costante­mente l’ombra cattiva di quell’uomo, ma riuscimmo comun­que a costruire un rapporto fatto di complicità, tenerezze.

Era un uomo dolcissimo e riuscì a farsi voler bene an­che dai miei genitori. Un giorno, mio padre mi confidò che gli piaceva Marco e gli piaceva il suo modo di volermi bene Anche i miei amici lo adoravano, quegli amici che avevo perso con Alfonso e che adesso avevo recuperato.

Marco amava viaggiare e con lui, visitai Parigi, Londra, Amsterdarm. Frequentammo campeggi gay e conoscem­mo tanti amici, primi fra tutti Peppe e Antonio due favolosi ragazzi di Bologna che ancora adesso porto nel mio cuo­re. Ritrovai la forza e la voglia di riavvicinarmi al teatro. Marco non amava quella mia passione ma, anche anno­iandosi, seguiva da vicino il mio percorso. E fu durante la messa in scena di uno spettacolo che conobbi Myriam, un’attrice piena di ideali, una donna che credeva e crede ancora alla funzione del teatro come crescita per chi lo rappresenta e chi lo fruisce. Una donna che lottava per il rispetto del prossimo contro l’egoismo della gente e, tutto questo, le aveva lasciato un carattere dall’apparenza duro, inflessibile e per niente disposto a scendere a compro­messi. Un carattere duro con sè e gli altri che non sempre sono disposti a seguirla e ad accettarla ma, tolta questa scorza, capace di grandi slanci d’affetto.

Una donna in gamba alla quale sono molto legato da un grande affetto e perché.. .un brutto giorno venni a sape­re che a mio padre rimanevano pochi giorni di vita. Questa notizia mi fece diventare pazzo, non connettevo più, tro­vavo ingiusto che un uomo ancora giovane, amante della vita con tutte le sue contrarietà e brutture, doveva lasciare questa terra senza neanche poter godere i suoi ultimi quat­tro figli ancora piccoli e bisognosi del suo affetto, della sua carica. Spettò a me dirlo alla mamma ma non sapevo in che modo spiegare a quella donna perdutamente innamo­rata del suo uomo, che non lo avrebbe più abbracciato, baciato, aspettato il suo ritorno a casa.

La presi sotto il braccio e, dopo averla fatta sedere, mi inginocchiai accanto alle sue gambe accarezzandole.

Fissando il pavimento, le dissi tutto in un fiato.

“Bugiardo!” mi rispose allontanandomi. Le giurai che era vero, tutto tremendamente, tristemente vero.

Portò le mani alla faccia. “E io, adesso, che faccio?” mi rispose con le lacrime agli occhi. I nostri sguardi disperati, si incontrarono.

“Ci sarò io, al tuo fianco, mamma. Non ti abbandonerà.”

Rimanemmo in silenzio a fissare il vuoto davanti a noi. Andai da Myriarn e le chiesi di aiutarmi.

Volevo fare l’ultimo regalo al mio papà, presentandola come la mia fidanzata. Accettò senza dire nulla. Entram­mo nella stanza di mio padre, ci avvicinammo al letto.

“Papà” gli dissi “Lei è la mia fidanzata. Abbiamo deciso di sposarci così ti renderò presto nonno un’altra volta”.

Mio padre mi guardò a lungo.

“Adesso andate” mi rispose

“Sono stanco”.

Uscimmo dalla stanza e scoppiai in un pianto. Volevo renderlo felice, volevo rassicurarlo ma lui sape­va tutto di me e mi lasciò senza mai rimproverarmi di quel­la messinscena.

 

Sapeva della mia vita e la rispettava an­che quando qualche volta, mi lanciava dei messaggi che io lasciavo cadere nel vuoto perché mi procuravano un dolore profondo.

Se ne andò il diciannove marzo, il giorno della festa del papà. Se ne andò lasciando sola la mamma, la sua fami­glia e quattro figli ancora da sposare. Se ne andò lascian­domi con tutte le cose che avrei voluto dirgli.

Marco mi fu molto vicino. Il suo calore, l’amore che pro­vava per me mi aiutava a sentire meno disperato.

Ristrutturammo l’appartamento del Rione Sanità che avevo riscattato anche da Lucio e andammo a vivere in­sieme. Eravamo una coppia moderna, ognuno con i propri compiti. Chi tornava prima a casa si dedicava alla prepa­razione della cena mentre l’altro si preoccupava di lavare i piatti e ripulire la cucina.

Nel quartiere tutti ci rispettavano, nessuno si chiedeva cosa facessero quei due ragazzi sotto lo stesso tetto e così ci ribattezzarono simpaticamente “‘e guagliune”.

La ditta spesso mi spediva per alcuni mesi in altre città

a lavorare e, spesso, mi capitava di vivere qualche filarino.

A Genova, conobbi Massimo, un ragazzo molto strano che alternava momenti di grande euforia a momenti di profon­da tristezza fino a chiudersi nel silenzio totale.

Era come se avesse una doppia personalità.

Cercavo di aiutarlo, ma non era facile scavalcare quel muro invisibile che aveva alzato per difendere i suoi pen­sieri imperscrutabili.

Una sera, accanto al porto di Genova, mentre passeg­giavamo prendendoci in giro e ridendo a crepapelle, Mas­simo all’improvviso si fermò di colpo e, sbiancando in viso, cominciò a chiedermi, con voce tremante di riaccompagnarlo a casa.

Gli chiesi delle spiegazioni; come tutta risposta, mi arri­vò un pugno in faccia con una violenza inaudita. Gli saltai addosso colpendolo dappertutto fino a ridurlo in ginocchio livido e in lacrime.

Piangeva Massimo, ma il pianto era interrotto da frasi incomprensibili e senza senso. “Zio” ripeteva rannicchiato per terra “Zio, non farmi male!”. Vedere quel ragazzo grande e grosso piegato su sè stesso, mi fece vergognare della mia reazione ma non potevo, non sopporto chi alza le mani e cerca di spiegarsi solo con la violenza.
Mi inginocchiai accanto a Massimo e cominciai ad ac­carezzargli la testa. Lentamente, il calore di quelle carez­ze lo aiutarono a riprendersi.

Andammo a sederci su di un muretto.

“Scusa” gli dissi, senza fargli nessuna domanda. Ma, all’improvviso, quel muro, il suo muro cominciò a franare e lui, a raccontare.

“Avevo dieci anni. Vivevo in via Prè, la zona più difficile di Genova, in una strada stretta e piena di violenza, I miei genitori, per non lasciarmi sempre da solo quando andavano a lavorare, pregavano mio zio di tener­mi compagnia. Arrivava le mattine intorno alle dieci e re­stava con me, fino al ritorno dei miei.

Lui, era un violento e mi picchiava senza un motivo, un pretesto ma davanti a mio padre e mia madre che, spes­so, mi trovavano in lacrime, aveva un atteggiamento affet­tuoso e premuroso. E così, nessuno mi credeva.

Una volta, arrivò ad inventarsi che, per dispetto, avevo buttato dalla finestra delle caramelle ed un giocatolo che mi aveva regalato e, per rendere il racconto più vero, sce­se per strada e raccolse una macchinina rotta.

lo non capivo: non era vero, non mi aveva portato né caramelle, né macchina. Perché questo crudele gioco?

Un giorno, mia madre gli chiese di lavarmi.

Volle spogliarmi lui, con le sue mani grandi e grosse.

Mi posò nella vasca e, dopo avermi insaponato le mani, mi ordinò di voltarmi. AII’improvviso, sentii un dolore forte e lancinante. Caddi nella vasca stordito.

Quando mi rialzai, sentii il culo che mi bruciava.

Quel porco era entrato con le sue dita dentro di me con un colpo secco e violento. Avvicinò il suo viso al mio ri­dendo sguaiatamente. Portai la mani alle orecchie per non sentire ma lui rideva forte, così forte da stordirmi.

“Tanto, nessuno ti crederà!” cominciò ad urlare

“Perché sei un piccolo verme bugiardo!” Appoggiai le spalle al muro della vasca e rimasi a vedere lo zio che continuava a ridere e finalmente, capii il suo gioco. Tutte quelle bugie, il giocattolo rotto, le caramelle buttate per

dispetto dal balcone, gesti compiuti perché tutti credesse­ro alla storia del bambino diavoletto e scostumato che trat­tava male il suo bravo, gentile e amorevole zio.

Capii che ero in trappola e che non ne sarei uscito più.

Capii che nessuno avrebbe creduto e prestato ascolto ad un bambino bugiardo e cattivo. Per rendere la cosa ancora più grave, mi costrinse a scrivere sul diario che lo odiavo e che avrei cercato in tutti i modi di cacciarlo da casa e di non farlo più tornare.

Fui costretto a subire sevizie e violenze di tutti i tipi da quel porco. Al porto ho visto picchiare un bambino, per questo ho reagito in quella maniera. ..scusa

Rimanemmo seduti sul muretto per lungo tempo, sen­za dire una parola. “Come mai, da grande, non hai rac­contato niente ai tuoi?” gli chiesi tutto d’un fiato per spez­zare quell’aria pesante e triste che si era creata.

“Lo vedi ancora?” Massimo cominciò ad agitarsi, leg­gevo sul suo volto la tensione. Gli presi la mano e cercai di convincerlo a tirare fuori tutto quello che aveva tenuto den­tro per anni e che lo rendevano triste.

Doveva iniziare a liberarsi di tutto quello schifo, smet­terla di sentirsi colpevole. L’errore di chi subisce è proprio questo: la violenza ti fa sentire in colpa, mentre tu sei una povera, indifesa vittima. Si presta ascolto ai grandi, si cre­de agli adulti; i bambini, vengono lasciati con le loro vio­lenze a torturarsi ulteriormente. Quando una donna è vio­lentata, cercano di scagionare il colpevole dicendo che è stato provocato da una minigonna, un gesto, un sorriso.

Ed un bambino? Quale colpa ha, quella di essere inno­cente? Massimo prese nuovamente coraggio e continuo a raccontare. “Dai dieci ai sedici anni ho dovuto subire tutte le fantasie perverse di mio zio. Poi, mia madre decise di licenziarsi e di tornare a casa e così, finalmente, mi liberai di quel porco. Ero talmente felice che rinunciai a racconta­re tutto a mia madre. Finito, era tutto finito. Quando, per riunioni di famiglia, mi capita di incontrarlo. Inutile dirti che continua a fare lo stronzo, a guardarmi con cattivo deside­rio. Domenica è il venticinquesimo anniversario del matrimonio dei miei ed è stato invitato anche lui e questo mi mette in agitazione. Non so come evitarlo”

“Vengo anch’io”. Gli risposi, interrompendolo.“Non aver paura, ti sarò vicino”

Cominciò a tremare. Era spaventato, interdetto.

“Non preoccuparti” dissi cercando di sdrammatizzare quel momento. “Vedrai che, se dovesse fare lo stronzo, gli spacco la faccia come ho fatto con te, prima!”

Lui mi guardò e, con un sorriso forzato, fece cenno col capo di sì.

La domenica successiva avrei dovuto ritornare a Na­poli ma raccontai a Marco, mentendogli, che la ditta mi aveva assegnato un nuovo turno e così riuscii a mantene­re la promessa fatta a Massimo.

Puntuale,Massimo venne a prendermi e ci dirigemmo al risto­rante. Trovammo tutta la sua famiglia ad attenderci sulla soglia e così, tra il gruppetto di parenti ed amici, riuscii a scorgere un omone grosso, con uno sguardo viscido.

Quando arrivò il momento della presentazione, gli tesi la mano e, mentre gliela strinsi forte, gli sussurrai in modo chiaro “Merda! Te la farò pagare!”.

Ritrasse la mano sbiancando in viso.

Arrivammo alla tavola imbandita e lo zio, cercò dispe­ratamente di sedersi accanto a Massimo. Mi avvicinai nuo­vamente a lui. “Ti piacerebbe” gli dissi con aria di sfida

“Ma, fino a quando non morirai e spero che avvenga presto, a Massimo non lo toccherai più!”

Finalmente, ci sedemmo.

I parenti di Massimo, incuriositi, cominciarono a por­germi mille domande, le solite; come mi chiamavo, qual’era la mia città, il mio lavoro. Risposi che la mia professione era quella dell’attore e che i miei spettacoli trattavano problematiche sociali come la violenza sui minori, la pedofilia. Riuscii a catturare l’attenzione di tutta la tavola e così, dando vita alla mia più grande interpretazione, rac­contai storie di abusi e soprusi sui bambini, lanciando con­tinuamente delle frecciate nei confronti del porco che, sen­tendosi in imbarazzo, cambiò espressione e cominciò ad agitarsi sulla sedia come se, all’improvviso, quella si fosse trasformata in una brace.

A sua volta, guardava in modo minaccioso Massimo, quasi a volerlo rimproverare per avermi raccontato tutto, per aver finalmente, confidato il loro squallido, meschino segreto. Vedevo l’espressione cattiva del viso dello zio e quella impaurita di Massimo. E allora, mi intromettevo in quel dialogo fatto di occhiate, rivolgendo domande ten­denziose allo zio che, nel frattempo, diventava gonfio di rabbia e lanciava delle vere saette nei confronti del nipote.

Andai avanti così, tutta la serata.

Questo gioco stese per terra il porco, ma mise a dura prova anche Massimo al punto che, dopo la cena, scoppiò la bomba. Nel parcheggio del ristorante, lo zio, avvicinan­dosi, gli chiese di accompagnarlo l’indomani, per alcune commissioni. Massimo, all’improvviso, divenne un cane rabbioso e cominciò ad urlargli in faccia tutto il suo odio, lo schifo e il disprezzo che aveva covato per tanti anni.

I parenti, si trovarono di fronte ad una scena raccapric­ciante e, dopo un primo momento di sbigottimento, si lan­ciarono verso Massimo che, nel frattempo, si era scagliato contro lo zio cercando di colpirlo e, con molta fatica, riusci­rono a dividerli. Avrei preferito che lasciassero Massimo a dar sfogo a tutta quella violenza che, per anni, aveva re­presso e che adesso, di colpo, era finalmente venuta alla luce. Avrei preferito che avesse spaccato il culo a quel porco maledetto che, di colpo, era diventato lui stesso vittima ma, paradossalmente, della sua stessa violenza.

Avrei voluto.., ma provai una gran pena per Massimo e così, riuscii a calmarlo e a condurlo via.

Camminando, arrivammo in un bar e lì cominciò a rac­contarmi tutte le schifezze subite: avrei voluto confidargli anche le mie squallide storie, ma lo lasciai sfogare.

Aveva finalmente tolto il bavaglio ed ora era un fiume in piena, inarrestabile, I suoi occhi, sempre offuscati, sem­bravano di colpo illuminati da una nuova luce. Parlava e sembrava come se tutto quello che stava sputando fuori non fosse successo a lui.

Si incazzava con sè stesso per non aver trovato prima il coraggio di affrontare quel porco e vomitargli addosso tutto il veleno, la rabbia che aveva portato per tanti anni dentro e che lo avevano segnato.

Parlava e si sentiva finalmente libero dagli incubi che non lo lasciavano mai e che ormai, non lo avrebbero più distrutto.

lì giorno dopo, ci incontrammo nuovamente.

lì viso di Massimo era bianco, cadaverico e lo sguardo nuovamente assente. Andammo al solito bar e cercai di capire cosa fosse successo. Era talmente sconvolto da non riuscire a tirar fuori nemmeno una sillaba.

“Cos’hai?” gli chiesi all’infinito.

Ma le mie domande trovarono il muro di silenzio di sem­pre. “Cosa è successo?” continuai senza dargli tregua.

Finalmente, Massimo ruppe il silenzio.

“E’ mio padre! lì mio vero padre!” gridò in un solo fiato.

E, dopo, scoppiò in lacrime.

La madre, al ritorno dal ristorante, lo aspettò per chie­dergli il motivo di quella sua reazione e lui, raccontò tutto alla madre. Le raccontò come lo zio fece in modo da far credere a loro che fosse un bugiardo, le raccontò del dia­rio, dei giochi che era stato costretto a subire per apparire, davanti agli occhi degli altri un bambino cattivo e bugiardo ma non le raccontò nulla delle violenze subite.

La madre lo guardò intensamente negli occhi e, con una smorfia di dolore, gli confidò che lo zio era in realtà il suo vero…. padre.

Un errore di gioventù.Massimo le chiese se lui sapeva di essere il padre. E lei, rispose crudamente: “Sì!”.

In vita mia, ne avevo viste e subite di storie e di cose ma il disgusto che provai per quella rivelazione fu talmen­te grande che mi prese lo stomaco e cominciai a sentirmi male e vomitare anche l’anima.

Non gli chiesi mai se fosse il fratello della madre o del padre putativo. Non ne ebbi il tempo.

La ditta, mi rispedì nuovamente a Napoli.

Massimo mi telefonò più volte e, in una delle tante tele­fonate, mi confidò di essersi innamorato di me e che non aveva mai avuto il coraggio di confessarmelo per non in­tromettersi nella mia storia con Marco.

Ammirai la sua delicatezza ma, oltre ad un grande af­fetto, non provavo niente per lui. Continuammo a sentirci per un po’ di tempo, prima frequentemente poi più di rado, fino a non cercarci più.

Un’altra storia che, se mi fosse stata raccontata, avrei dato del bugiardo a chi me ne parlava.

E, dopo quella storia, mi trovai a confrontarmi con tante altre storie inverosimili. Ero diventato nel frattempo, attivista dell’Arcigay di Napoli e, spesso, mi assegnavano al servizio del “telefono amico”.

Tanti, erano i ragazzi che mi parlavano degli stupri su­biti dagli zii, dai padri, dai vicini di casa. Tanti, erano i ra­gazzi che telefonavano per sfogarsi, per cacciare fuori, come Massimo, lo schifo che, per tanti anni si erano tenuti dentro come una vergogna, come se fossero loro i colpe­voli e non le vittime.

A volte, riuscivo a convincerli a venirmi a trovare nella sede, dove ci riunivamo per discutere, conoscerci.

 

 

 

Ricordo un tipo (che ancora oggi, di tanto in tanto rivedo) che cercava disperatamente un fidanzato, una sorta di Principe Azzurro. Gli diedi una mano indicandogli i locali, i posti dove poter conoscere amici.

 Spesso, trova­va un compagno ma, sistematicamente. dopo una setti­mana mollava il fidanzato e tornava da me, in lacrime, sup­plicandomi di aiutarlo. Cercai di aiutarlo per un bel po’ di tempo, finché un giorno, incazzato, lo affrontai. “Bello!” gli dissi quasi aggredendolo. “lì Principe Azzurro, non esiste! O lo trovi Principe o lo trovi Azzurro. Questa è una stronzata inventata dalle Biancaneve, dalle Belle Addormentate dei Boschi ma tu, peloso e con quella barbona nera non sei né Biancaneve, né Bella Addormentata.!”

A volte, dovevo rapportarmi con delle femminelle stupi­de, che niente sapevano delle vio­lenze infantili e, per questo, erano talmente superficiali che, spesso, mi incazzavo. Mi incazzavo pensando invece a tutti gli altri ragazzi che, come Massimo, non erano riusciti a liberarsi del male subito.

Come Alessio, un ragazzo che alternava momenti di tristezza a momenti di violenza. Non l’ho mai visto ridere, come se il sorriso gli fosse stato rubato.

Dopo un po’, seppi da un amico la triste verità. A vent’an­ni, fu condotto da alcuni uomini e lì, seviziato e violentato a turno. Lo lasciarono nudo come un verme e solo, dopo aver fatto di lui carne da macello. impaurito, si tuffò a mare e rimase fra le onde tutta la notte. Quando ritornò a casa, raccontò ai suoi che gli amici, per scherzo, lo avevano get­tato in mare; non ebbe la forza di dire la cruda verità e così rimase con quel segreto e tutto il malessere che, per anni, lo avrebbe trasformato in un ragazzo strano agli occhi del­la gente.

Quegli uomini, quella maledetta notte, non portarono via soltanto i suoi vestiti ma anche la sua fiducia, la sua allegria, le sue speranze verso la vita.

Gli portarono una cosa talmente astratta e, al tempo stesso, così indispensabile: l’anima.

Oggi, Alessio si è sposato ma chi ha potuto vedere le foto del suo matrimonio, ha raccontato che in nessuna ha trovato traccia di un sorriso o almeno di una smorfia che assomigliasse ad un sorriso.

La maggior parte delle telefonate che ricevevo erano di ragazzi che non riuscivano ad accettare la propria omo­sessualità. Molti non riuscivano a capire perché, davanti ad una foto di un uomo nudo si eccitavano, desiderandolo fortemente. Non ho mai avuto il cattivo gusto di rispondere “Sei gay! Punto e basta!” perché ogni volta che mi trovavo davanti a queste riflessioni, domande, mi tornava sempre alla memoria quel fottutissimo giornale che sbrigò la mia richiesta di aiuto in quelle tristi e fredde parole.

Anche se ormai erano adolescenti, adulti e non bambi­ni come me, non riuscii mai a rispondergli in maniera così traumatizzante come invece, fecero con me.

Cercavo, al contrario, di sdrammatizzare, fargli capire che non era un grosso problema, di accettare serenamen­te questi turbamenti. A volte, entravo talmente dentro alle storie da sentirmi coinvolto in prima persona, ma la consa­pevolezza di essere passato per quella fase prima e, for­se, con più dolore di loro, mi portava a non essere duro e sparare sentenze fredde.

Ma il teatro e il mio percorso di uomo, mi costrinsero ad abbandonare quella sorta di volontariato. Consegnai le mie dimissioni da Consigliere portandomi dentro, per sempre, quell’esperienza intensa vissuta all’interno dell’Arcigay.

Insieme ai vecchi amici con i quali avevo condiviso le mie esperienze teatrali.

 

Mi rituffai nel teatro e, forti dei la­vori precedenti, mettemmo in scena altre pièce.  Fui scritturato anche da altre compagnie che agivano sempre nell’ambito del teatro d’avanguardia.

Un giorno, mi telefonò la mia amica Myriam.

“Ho scritto un monologo per te. Spero ti piaccia.”

Lo lessi. Era un testo malinconicamente bello.

E poi, la cosa sconvolgente, nel contesto vi era descrit­ta una violenza identica a quella che io subii da piccolo.

Accettai di interpretarlo. La prima rappresentazione fu a Roma, in un teatrino off. Eravamo degli sconosciuti, sen­za etichette e padrini alle spalle; ma riuscimmo, con no­stra grande soddisfazione, a strappare il consenso della stampa e del pubblico che, alla fine di ogni spettacolo, veniva nei camerini per complimentarsi con noi.

Fu una esperienza bellissima che ripetemmo a Napoli, con la stessa risposta. Nel frattempo, mi dedicavo anch’io alla scrittura di testi e così, mantenendomi sempre sulla linea di tematiche sociali, portai in scena alcune piéce che trattavano tematiche di miseria, violenza, emarginazione.

Mi riusciva facile scrivere e interpretare personaggi emarginati perché erano storie che avevo mangiato, be­vuto, vomitato tante di quelle volte che ormai era tutto in me, nella mia anima, in ogni centimetro della mia pelle e che veniva fuori ogni volta che mi sedevo davanti ad un foglio, complice una penna e su un palco, complice un palco ed il buio come se mi trovassi in un confessionale, su un lettino di uno psichiatra.

Era per me doloroso e faticoso rivivere tutto quel dolo­re. Ero sempre solo in scena, davanti ad un pubblico sco­nosciuto che mi fissava, mi analizzava, percepiva il mio dolore. E i fantasmi del passato uscivano dalle quinte, dal­le tavole, dal proscenio… dal pubblico che mi applaudiva.

E quando il sipario finalmente si chiudeva, correvo nel camerino a struccarmi. Infatti non ho mai goduto del piacere che si prova nel ricevere l’applauso, perché volevo scappare via da quel personaggio, da quella storia che mi lacerava. E allora, vi chiederete: perché interpretavi questi personaggi, sceglievi questi tipi di pièce?

Non era il mio masochismo bensì un dovere verso chi aveva accarezzato e brutalizzato quel bambino che non sono mai stato, il dovere verso uno sputtanamento sociale e, nel mio piccolo, ho cercato sempre di coinvolgere emotivaniente il pubblico.

E, credetemi, sono sicuro che, difficilmente dimentiche­ranno questo piccolo uomo, che da un palco a volte tre metri per tre, raccontava il suo perdersi, il suo cercarsi e ritrovarsi per tornare nuovamente in piedi e ricomporsi per continuare in questo mestiere difficile che è il vivere. Un lavoraccio portato avanti sempre da solo davanti al mon­do e davanti al pubblico, ma l’unico modo per ricostruire, affrontarmi da uomo forte qual ero e sono diventato.

Ed ho usato la lingua come un coltello affilato, pronto a difendermi sul palco e nella vita e, al tempo stesso, nella bellissima contraddizione dell’uomo, chiudermi in lunghi silenzi. Poi, quando il mio equilibrio cominciava a dare segni di stanchezza, mi rifugiavo in un assurdo rituale; menten­do a me stesso, andavo nei cinema a luci rosse o nei cessi pubblici e li, consumavo spietatamente sesso disperato tra gli odori cattivi di sperma putrefatto e di maleodorante urina per poi ritornare a casa sporco dentro e fuori, più solo di prima, continuando su me stesso, un massacro psi­cologico. Facevo tutto questo perché sapevo inconscia­mente che, prima o poi, il mio essere avrebbe reagito a questo stato confusionale, si sarebbe ribellato.

 

 

Era come arrivare all’orlo del suicidio per poi scuotersi e ritornare a vivere ed ogni volta che rinascevo mi sentivo più forte, più combattivo verso gli uomini che erano entrati prepotentemente nella mia vita da bambino ed avevano lasciato il loro sperma nevrotico e pazzo nel piccolo corpo di ieri e nei pensieri di adulto di oggi.

Continuai la mia storia con Marco.

Intanto, la ditta con la quale lavoravo, mi mise in cassa integrazione. L’estate di quell’anno, decidemmo di andare in vacanza in Sicilia e lì conobbi un quarantenne dagli oc­chi blu. Mi innamorai di lui, un bell’uomo di Milano ed ini­ziai una bella storia fatta di treni, aerei, chilometri macinati in autostrada fra le nebbie e le piogge insistenti del lungo inverno settentrionale.

Una storia fatta di interminabili telefonate e di pesanti bollette. Lasciai Marco ed iniziai la storia con Stelvio.

Nel frattempo, lasciai il posto di lavoro ed improntai una piccola fabbrica di confezioni e, tra mille sacrifici, cercavo di tenere in piedi la fabbrica ed il rapporto con Stelvio, rag­giungendolo quasi tutti i fine settimana.

Spesso, viaggiavo insieme ad un mio amico, Renato detto ‘a stunatella, fidanzato pure lui con un ragazzo set­tentrionale. Dopo qualche mese però, Renato decise di trasferirsi a Milano e così mi ritrovai nuovamente da solo ad affrontare questi viaggi estenuanti e snervanti.

Una sera, comunicai a Stelvio la mia intenzione di tra­sferirmi da lui. Aspettavo di ricevere una risposta positiva, uno slancio felice.., si inventò invece, una serie di scuse inverosimili. Fu come ricevere uno schiaffo, l’ennesimo della mia vita. Lui era, è un uomo buono, dolce, generoso ma purtroppo, le sue insicurezze,le sue paure, il suo allontanar­mi o meglio, il suo volere che io rimanessi ai margini della sua vita, fecero incrinare il rapporto ed il sentimento che io provavo per lui, già abbastanza difficile da gestire a causa della lontananza.

Nel frattempo, Marco andò via da casa mia ed io mi ritrovai nuovamente da solo e, come se non bastasse, il rifiuto di Stelvio aumentava ancora di più questa mia soli­tudine. lo avevo lasciato Marco per lui, ogni fine settimana mi facevo tanti chilometri pur di stare una giornata con lui

dovevo prendere delle decisioni forti e, per farlo, avevo bisogno di dare una svolta definitiva alla mia vita. Lo feci. Lasciai Stelvio,

Questo coraggio mi fu dato da Lino, un ragazzo che avevo conosciuto mesi prima,un ragazzo tanto simile a me , ma tanto diverso.

Lino diceva sempre che era innamorato di me, e io gli rispondevo che non avrei mai lasciato Stelvio, e che un giorno sarei partito per sempre.Di Lino mi piaceva il suo sorriso e che, nonostante che aveva mille problemi era sempre allegro,con la battuta pronta e mi faceva sempre ridere.Io egoisticamente mi ero illuso di preparare il mio avvenire con Stelvio,e nel frattempo riempire le mie giornate con l’allegria che mi trasmetteva Lino.

Ero talmente convinto di questo che decisi di andare a vivere nella zona dove viveva Lino.Cosi misi in fitto la  casa alla Sanita’e presi una villetta vicino casa sua.Pochi giorni,poi una notte le forze dell’ordine fecero irruzione nella villetta,ammanettarano Lino e lo portarono via.

L’ispettore dopo aver riempito scartoffie , mi disse.

“Lei deve andare via da questa casa” gli risposi che ero un uomo onesto,e un libero cittadino,la sua risposta fu breve e concia

“Ca’ sta a pezza ca’ sta o sapone, se lo ai capito…bene!”

 

Non avevo compreso niente,restai in quella casa per qualche giorno,poi una serie di fatti mi costrinsero a prendere la decisione di andare via.

Intanto seppi che la situazione di Lino non era delle migliori,e che rischiava grosso,e incominciammo a scriverci.Lettere piene di sofferenza,piene di promesse.

Duro otto mesi questo calvario che mi porto a uno stato depressivo.

Abbandonai il lavoro,dormivo a casa di mia madre,a casa di amici, ma nessuno sopportava le mie lacrime.

Poi iniziarono i problemi economici, piano senza accorgermi scendevo in un baratro buio,nero,e ero ancora una volta solo a combattere.

I barboni mi anno sempre incuriosito, quando mi capita di incontrarli, li guardo insistentemente e qualche volta mi anno dato del ”Vaffan’culo,che cazzo guardi affa’?”

Ecco! diventai uno di loro,dormivo spesso in macchina,o nella villa comunale,o sotto il carcere,e giravo la citta’ con una borsa di plastica dentro ci tenevo,calzini,mutande,spazzolino il resto l’avevo in fabbrica,dove qualche volta dormivo.Ero dimagrito tanto,avevo sempre la barba incolta spesso mi capitava di incontrare qualche amico,che sistematicamente non mi riconosceva,per dormire dovevo bere birra,o vino.

Decisi di vendere tutto quello che avevo poi,gia’ poi, avrei pensato al dopo.

Portai a Milano la mia macchina,non la potevo mantenere e cosi decisi di venderla,cosi feci poi stetti a casa di Stelvio per qualche giorno mi ripresi un poco,lui fu molto paziente,mi rendevo conto che sopportare la mia “pucundria”era difficile.

Poi una mattina mi telefono mia sorella che mi comunico’che il direttore dell’azienda che mi forniva lavoro mi cercava,lo contattai,mi disse che cera molto lavoro,ci mettemmo d’accordo,ma intanto avevo venduto la macchina come facevo?

Mi aiuto’ Stelvio,e cosi ripresi la mia attivita’,ancora una volta ripresi in mano la mia vita.Ma avevo il problema della casa,andai dalla famiglia che occupava la mia abitazione gli spiegai la situazione e loro mi chiesero otto milioni di lire per lasciarla,e per due mesi dovevo avere in deposito il loro mobilio,otto milioni? E dove li prendevo? Ancora una volta mi aiuto’ Stelvio. Per mesi ebbi a disposizione un posto letto, il bagno il tutto in mezzo a mobili accatastati per tutta la casa.Piano con il tempo le cose si misero a posto,la famiglia trovo’ casa,e misi apposto la mia casetta,non bevevo piu birra per dormire,e continuavo ascrivere tutti i giorni a Lino,mi stavo abituando anche a questa sofferente corrispondenza.

Forse queste righe non potranno dare una minima idea dell’inferno che passai in quei mesi,quando dolore,svegliarmi di notte urlare chiedere aiuto ad alta voce, ma nessuno mi ascoltava,ma quello che mi faceva paura era che avevo preso coscienza di essere molto vicino alla pazzia,una pazzia che cercavo di respingere con tutte le mie forze,e poi ancora una volta dovevo fare i conti con la solitudine,perche la sofferenza fa allontanare anche gli amici piu cari che non anno voglia di ascoltare i tuoi guai accompagnati dalle lacrime.

“Che vogliono queste lacrime che escono dai miei occhi passano sul mio viso,entrano nella mia bocca,attraversano i denti la lingua,fino ad arrivare al mio cuore.Che vogliono da me?” Questo mi chiedevo mentre mi guardavo nello specchio e ridevo,ridevo.

Otto mesi di delirio poi una notte sognai Lino che parlava con me,era allegro scherzava,e intorno a noi scodinzolanti cani abbaiavano festosi.Andai a casa di mia mamma e gli raccontai il sogno mia mamma mi disse solo due parole.

“Lino esce” Andai a lavorare il pomeriggio una telefonata che mi comunicava la scarcerazione di Lino.

Per ore persi l’uso della parola,poi mandai a casa le operaie e rimasi imbambolato.

Poi mi misi in macchina e raggiunsi la casa di Lino,in quella mezza ora di tragitto mi resi conto di cosa significasse la felicita,andavo a trenta all’ora volevo assaporare quei momenti piu a lungo possibile e quando arrivai nei pressi della casa stetti qualche ora fermo fuori perche volevo che e quella sensazione non andasse mai via.

IL nostro incontro? Silenzio solo silenzio,ci guardavamo solo.

Poi i mesi passarono la giustizia fece il suo corso.

“Assolto in formula piena per non aver commesso il fatto”

Questo calvario mi fece capire che amavo realmente questo ragazzo,e qui ritorniamo a Stelvio che io lasciai pur rimanendo ottimi amici

.Con Lino o passato anni, e anni bellissimi,lo amavo piu della mia vita spesso di notte lo stavo a guardare mentre lui dormiva …poi tutto e finito

Lui mi costrinse a lasciarlo e cosi mi sono ritrovato da solo, e pensare che avevo immaginato la mia vecchiaia con lui,ma evidentemente non avevo mai messo in discussione di quando eravamo diversi.

Quando lasciai Stelvio sentii il bisogno anche di cambiare la mia vita lavorativa in quell’ambiente di fabbrica erano legati troppi brutti ricordi

E cosi la misi in vendita, insieme a due amici, mi lanciai in un’altra attività. Una sauna gay per soli uomini, la prima nel Sud.

Un’altra sfida, affrontata alla soglia dei quarant’anni quin­di rischiosa perché, se non avesse funzionato, non avrei avuto altre alternative. E invece, la costruii fianco a fianco ai muratori, scaricando e caricando materiale edile, distri­candomi fra pratiche burocratiche, lunghe file da un ufficio all’altro. Ma, dopo mesi e mesi di lotte, riuscii a far nascere la “Blu angels” la prima sauna gay del Sud.

Angeli blu.

Il nome non lo scelsi a caso perché gli angeli,gli arcangeli, nella mia infanzia, sono sempre stati presenti il. Mi rivolgevo a loro, dopo aver subito gli uomini delle macchine, mi rivolgevo a loro nei momenti tristi e confusionari, nei momenti di soli­tudine. E’ stata una grande conquista avere questa strut­tura sognata, desiderata, sudata.

Un lavoro che mi piace e mi appaga e mi offre la possi­bilità di conoscere la psiche degli uomini che la frequenta­no. Uomini di tutte le classi a volte bellissimi ma non di una bellezza effimera, esteriore.

Una bellezza dolce con lo sguardo impacciato e l’aspetto di bambini timidi e timoro­si. La loro fiducia mi gratifica così come mi appaga la fidu­cia che ripongono in me, confidandomi i loro tormenti, la loro vita, di come vivono la loro sessualità.

Spesso, mi fermo con loro e cerco di dargli qualche consiglio. Mi ispirano tenerezza quando a volte si addormentano sul divano rosa del grande salone rosa e, quando li guardo, mi sembrano ragazzi stanchi dal troppo giocare, guerrieri sfi­niti dal troppo combattere, animali sfiancati dal cacciare.

Ognuno di loro diverso nella similitudine e simile nella diversità dell’essere.

Ma, purtroppo, ho conosciuto anche uomini perfidi e gratuitamente cattivi. Per fortuna, la mia esperienza mi è servita a difendermi dal male e, per questo, molti mi consi­derano una persona speciale, coraggiosa per aver dato vita ad una struttura simile.

lo non mi sento né eroe, né coraggioso certamente in­cosciente ma il risultato mi ha dato ragione ed oggi, sono un uomo felice per la scelta fatta e portata a buon fine.

Spesso però, le loro storie mi riportano alle miserabili violenze subite, agli schiaffi ricevuti perché non sottostavo alle voglie di uomini senza scrupoli e subiti per paura di perdere la vita.

 

Quante volte, dopo aver abusato di me, mi lasciavano in campagne scure e sconosciute, in compagnia di cani randagi che mi ringhiavano.

Imparai presto che dovevo stare fermo o camminare lentamente e più piano possibile.

Ma forse, quel loro abbaiare era una sorta di rimprove­ro per aver disubbidito a me stesso continuando a salire in macchine o in appartamenti di sconosciuti.

E quando finalmente arrivavo a casa gettarmi sul letto e sprofondare in un lungo sonno che mi aiutasse a dimen­ticare e nei sogni, rincontrare quegli uomini che mi aspet­tavano e non erano tanto diversi dalla realtà, e i cani.

Nei libri dei sogni e nelle credenze popolari sognare i cani porta fortuna ed in fondo, nonostante tutto, mi reputo un uomo fortunato.

Ho Vissuto una vita piena di brutture ma anche di mo­menti stupendi, delle storie d’amore intense, ho fatto tutto quello che volevo assumendo le mie responsabilità e pa­gando in prima persona, sulla mia pelle gli errori, le scon­fitte, cadendo e rialzandomi da solo, sempre da solo.

E quando la fame mi prendeva lo stomaco deglutivo la  mia saliva e quando la sete del sapere, forte si faceva sen­tire, sacrificavo la mia mente a sconosciuti uomini che, in cambio, volevano essere sempre ripagati ed appagati ed io, pur di imparare’, apprendere, ero obbligato a soddisfar­li. Ma sono contento così, perché non ho vegetato, la mia vita l’o vissuta e respirata e mi sono amato ed odiato ed oggi, mi voglio molto bene.

Quando sento raccontare insulse storie di quotidiana superficialità, provo una grande rabbia perché mi ritrovo davanti a persone che vorrebbero volare, urlare i loro so­gni, i loro desideri e non lo fanno per paura di essere giu­dicati, di esser presi per pazzi e si nascondono dietro ai paroloni, a discorsi normali.

Ed è in quei momenti che viene fuori, come un fiume in piena, la mia carica e, cercando di dare una linearità alla mia pazzia, li stuzzico, li provoco fino a far saltare i punti delle loro bocche cucite con il filo del falso moralismo

e farli sputare fuori tutto quello che portano stipati dentro, malesseri, frustrazioni, sogni repressi troppo a lungo.

Già. La pazzia! Quante volte, nelle macchine, ho incon­trato la pazzia.

Un uomo perbene, incontrato alla solita fermata del­l’autobus, all’età di dieci anni, mi condusse in una campa­gna. Arrivati sul posto mi chiese di togliermi i pantaloni (erano color avion, non ricordo chi me li regalò ma li ado­ravo). L’uomo perbene mi fece salire sul suo petto e co­minciò a smaniare guardandomi e sussultava.

Quando mi disse di rivestirmi mi accorsi di avere il fon­do schiena bagnato.

“Scendi dalla macchina” mi disse con sguardo gelido.

“Voglio guardarti bene.” Lo accontentai con la paura di essere abbandonato in mezzo all’umidità della campagna.

Mi scrutò a lungo e, complimentandosi, prese una bomboniera e mi offrì dei confetti. Lo ringraziai rifiutando ma,lui senza prestarmi ascolto, continuò ad accanirsi con­tro il tulle della confezione che non riusciva ad aprire.

E, più trovava resistenza, più si arrabbiava.

“Stronzo! Sei uno stronzo!” cominciò a gridare.

“Ti sei sposato. E hai voluto che venissi al tuo matrimo­nio. E dopo sei anni, questo mi è rimasto dite: dei confet­ti!” E giù, a provare sempre ad aprire quella fottuta bomboniera al punto che, all’improvviso, dalle sue mani ben curate, uscì del sangue.

Forse il tulle, forse le sue unghie o l’orologio, si tagliò maldestramente e, alla vista del sangue, perse del tutto i suoi modi da uomo perbene e cominciò ad andare in escan­descenza, rivolgendo verso di me la sua rabbia.

“Guarda cos’hai fatto! Per offrirti questi stupidi confetti!” gridò gettando per terra la bomboniera.“E’ inutile darti e offriti qualcosa.. .perchè anche tu mi lascerai…come quello stronzo!”

lì suo sguardo divenne di fuoco ed i suoi modi, fino a quel momento garbati, lasciarono il posto alla sua violen­za sia verbale che fisica. Cominciò ad insultarmi schiaf­feggiandomi.

Poi, scaricò la sua rabbia stampandomi un calcio dietro la schiena lì, dove poco prima aveva posato il suo sperma malaticcio.

Riuscii ad alzarmi e cominciai a scappare, rincorso dal­le sue scuse urlate, tra le lacrime e il dolore.

Mi pregava di tornare indietro, di scusarlo.

Per un momento, provai pena di quell’uomo ma la pau­ra era più forte. Continuai a correre e, correndo, correndo, mi ritrovai sul corso che conduceva a casa mia.

Durante il percorso sentivo gli sguardi della gente che mi seguivano ma non riuscivo a capire perché.

Quello che volevo era soltanto tornare a casa, al sicuro fra le mie mura. Quando finalmente chiusi la porta alle mie spalle, capii perché ero inseguito da quegli sguardi.

Sporco di sangue, ero ridotto in uno stato pietoso tanto che, anche mia madre, in mezzo a quella tribù di figli, se ne accorse.

 

Le raccomandazioni di mia mamma.

Le ricordo sempre. Una, era quella di non accettare nien­te dagli sconosciuti. L’altra, quella scolpita nella mia me­moria e che ha condizionato sempre il mio modo di fare sesso, me la disse, quando ritornai dalla visita con il medi­co dei “normali”.

Mi prese in disparte e, guardandomi negli occhi, mi dis­se: “Guagliò, tu non devi fare sesso con gli uomini, pecchè s’ ammescano ‘e sanghe!”

Si mischia il sangue.

Ma la sua, non era una forma di razzismo, bensì voleva farmi capire che, in questo modo, avrei potuto essere in­fettato da sangue malato, beccarmi la sifilide e, peggio ancora, avrebbe potuto contaminare la mia mente facen­domi diventare “ricchione”.

E questo “s’ammescano ‘e sanghe!” suonava come una minaccia, si affacciava nella mia mente, rimbombava nel­le mie orecchie di adolescente fino a spaventarml.

E, grazie a quella raccomandazione, ho potuto evitare malattie.

Tornando all’uomo perbene, ricordo ancora che porta­va molti anelli, bracciali e collane d’oro ed aveva uno stra­no odore personale così forte e brutto e persistente, che per molti anni ha fatto parte dei miei odori adolescenziali.

Per ricordare i miei assurdi odori, sono ritornato nei posti dove mi avevano portato i miei aguzzini e nelle campa­gne, ho trovato enormi palazzoni costruiti da cooperative, accanto al cimitero dei caselli di autostrade e, nella vec­chia ferrovia che portava al centro dalla periferia, cantieri di smantellamento.

E, nella mia mente, una serie di domande si sono affac­ciate.

“Dove porteranno adesso, i ragazzini? E quegli uo­mini, saranno vecchi? O saranno morti? Vorrei rivederli per parlare con loro, tirargli fuori dalle coscienze i ricordi e, senza vittimismo, chiedergli “Perché?”

Chissà dove è andato a finire il vespasiano, la Wolkswagen, il cesto con le noci di cocco, il sangue del­l’uomo per bene che litigava con il tulle, la mia casacca a fiori, la vecchia nave mercantile, l’uomo cattivo e puzzo­lente.

Qualcosa sarà rimasto.

Ho cercato, scavato, annusato ma niente.

Ho trovato solo i miei silenzi, il ricordo di mio padre.

Ho cancellato il mio nascondermi e, con i fratelli e le sorelle, oggi parlo della mia vita. Mia madre si prèoccupa della mia salute e che non rimanga da solo.e continua a dirmi “ TU SI O FIGLIO MIO CHIU’ SPECIALE”

Continuo sempre a costruirmi giorno per giorno e solo così riesco a non sentirmi un mediocre.Finito il percorso del mio diario,sono ritornato sul ponte di Casanova. Mi sono fermato a ripensare a tutto quello che ho scritto, senza alcuna sofferenza.

Ma, all’improvviso, un forte odore di varechina ha vio­lentato il mio odorato impossessandosi del mio naso per arrivare alla mia testa, al mio stomaco.. .ricordo.

I servizi igienici si trovavano nel sottoscala. Un giorno, vi trovai un inquilino del palazzo che stava urinando. lo iniziai a guardarlo incuriosito e, mentre mi sorrideva, face­va cenno di avvicinarmi. Ed io, non ricordo perché o forse, non voglio ricordare, gli andai incontro.

Mi ritrovai con la testa in mezzo alle sue gambe e le sue mani grosse e sporche spingevano verso il suo cazzo mentre io piangevo e urlavo.

Non ricordo o non voglio ricordare, le sue mani che spin­gevano ancora la mia testa ma stavolta nella tazza del cesso e poi, fuori, nel cortile, come una liberazione, ..get­tarmi in un vecchio lavatoio pieno di acqua e varechina e le mani, le mie stavolta, che sbattevano nell’acqua e tutto il corpo dentro. E urla di donne impaurite, il volto magro e pallido di mia madre, il vomito.

Perché mi buttai in quel lavatoio? Perché volevo giocare a nascondino come gli altri bambini? O perché volevo nascondermi dalla cattive­ria e dalle brutture del mondo?

Ancora non immaginavo cosa avrei trovato sulla mia strada e quante volte avrei dovuto subire mani avide e volgari sul mio corpo da bambino. E che non avrei mai urlato la verità.., la verità di un bambino. Com’è possibile che tutte queste persone non hanno mai avuto scrupoli ed hanno ucciso i sogni e l’età più bella, quella della spensie­ratezza? Possibile che non hanno mai pensato di trovarsi davanti ad un bambino? lo volevo giocare, vivere la fan­ciullezza anche se povera. E, invece, ogni volta che posa­vano le loro luride mani sul mio corpicino, uccidevano una parte della mia innocenza.

Perché, alla fine, io ero un piccolo bambino.

Descrivere  gli odori dei miei ricordi oggi, e come se avessi aperto delle porte del mio cervello, una finestra della mia stanza, e l’aria rarefatta fosse uscita portandosi via alcune immaggini,come il colore del maglione di Sandro la sua faccia quasi non ricordo piu’ i volti dei miei ricordi e questo grazie a i miei scritti, alla mia voglia di ricomciare di dimenticare ma anche di ricordare inm modo che posso aiutare gli altri a fare capire che si puo’ combattere gli orchi dicendo, parlando e perche no! scrivere

Oggi sono un uomo quasi di mezza eta’ vivo un in bell’appartamento con vista sul mare.

La sera quando rientro dal lavoro  accendo delle grosse candele mi siedo fuori al terrazzo,guardo il mare le stelle…sogno,…,sogno un alieno che si innamora di me e scende dalla sua astronave per portarmi via per sempre..sogno un amore che mi ama per tutta la vita .Sono contento di sognare la vita….anche se ogni tanto si affacciano i fantasmi.

Ma di una cosa sono certo.

Il mio passato lo portero’ sempre con me…nel mio cuore nella mia anima sempre…con me…nei miei pensieri..con me..nei miei sensi di colpa di bambino innocente …….sempre con me

 

PASQUALE FERRO

 

                                                                                

 

Non è facile aprire la porta ai ricordi, soprattutto quan­do questi sono dolorosi. In questo periodo dove il mondo sembra aver perso la sua memoria storica e, nei discorsi della gente, non c’è allusione ai personaggi, eventi che hanno cambiato il percorso del mondo in negativo, imbat­tersi in un uomo che, ancora una volta, vuole andare con­tro corrente, può essere solo d’aiuto.

Aiuto a capire quanto schifo c’è, lontano dai nostri sa­lotti borghesi, frequentati senz’altro da persone che, di gior­no e di notte, abbandonano i loro accenti e le loro maniere snob e si accaniscono su bambini indifesi e abbagliati da tanto lusso a loro negato. Aiuto a capire, se ce ne fosse ancora bisogno, di quanto egoismo esiste nell’animo degli adulti, pronti ad uccidere la fanciullezza, l’età più bella, dei bambini di strada, pronti a segnarli violentemente per tutta la vita. Gli stessi uomini che la sera, prima di andare a dormire, raccomandano ai loro figli di tenersi lontani dagli estranei, perché il mondo è cattivo. Di non frequentare i monellacci, perché sono scostumati e violenti: proprio gli aspetti che, a volte, li attira di più quando, con le loro belle macchine, girano alla ricerca della preda, conquistata a volte con una semplice caramella avuta magari come re­sto in un bar e desiderata tanto da chi, a casa, trova a stento un piatto di fagioli.

Questa è la vita di Pasquale.

Strano a dirlo, ma comunque un uomo da ammirare, perchè ha lottato sempre e da solo contro il mondo, riu­scendo comunque a realizzare qualche sogno, a riscattar­si da tanta miseria e da tanta violenza senza, per questo, farne a sua volta. Questo percorso è per tutti quelli che non hanno scrupoli, che sono abituati ad avere senza mai sudare e che sputano su quello che la vita ha loro regalato

senza meriti. E’ per quelli che non hanno il coraggio di accettarsi e sprecano la loro vita rendendo infelici anche le persone che vivono al loro fianco.

E’ per quelli che si aggiustano la coscienza con le do­nazioni per televisione, ma non stringerebbero mai la mano
ad un barbone o, peggio, non si chiedono nemmeno lontanamente­ che effetto potrà avere appartarsi con un bambino in un angolo buio ed usare il suo corpo per il proprio piacere Saranno i primi a definire questo diario “robaccia”, a mandarlo al rogo, a trovarlo brutto e gratuito.
Ma se per un secondo, scuoterà minimamente la loro sporca coscienza, allora riportare alla luce tutto il dolore, tutta la sofferenza, sarà servito a qualcosa.
Ed ancora una volta, la vita di Pasquale, non sarà stata     inutile.        

Ne’ per lui, ne’ per noi!

                                                                                            MYRIAM

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