Il momento della partenza: Analogie e differenze tra gli illustri esempi di Manzoni e Tolkien

Il momento della partenza

 

Analogie e differenze tra gli illustri esempi di Manzoni e Tolkien

 

“La Via prosegue senza fine

Lungi dall’uscio dal quale parte.

Ora la Via è fuggita avanti,

Devo inseguirla ad ogni costo

Rincorrendola con piedi alati

Sin all’incrocio con una più larga

Dove si uniscono piste e sentieri.

E poi dove andrò? Nessuno lo sa.”

 

(da “La Compagnia dell’Anello”

– Il Signore degli Anelli –

J.R.R.Tolkien)

 

Introduzione

Due partenze distanti un secolo

Mettere a confronto due grandi della letteratura mondiale come Alessandro Manzoni (nato nel 1785) e J.R.R.Tolkien (nato nel 1892) è sempre un’operazione rischiosa e delicata.

Già in passato altri studiosi hanno tentato di sottolineare determinate analogie esistenti tra i due illustri scrittori: il concetto di Provvidenza, gli elementi cattolico-cristiani presenti nelle loro opere, la predilezione per gli umili, il valore del sacrificio come antidoto al Potere, la dura lotta e la disperazione che precedono la vittoria finale… E’ impossibile fare una comparazione generale tra Manzoni e Tolkien: le naturali distanze storiche, geografiche, linguistiche, filologiche, esistenti tra di loro renderebbero inappropriato e fuorviante il tentativo di avvicinarli a tutti i costi.

Esistono tuttavia degli interessanti punti di contatto tra il professore di Oxford e colui che andò a sciacquare i panni in Arno. Si tratta di analogie dinamiche che subiscono, come è giusto che sia nell’ambito di una letteratura viva, variazioni e abrogazioni nel corso del tempo e in base ai nuovi metodi d’indagine adottati. Non tutti concordano, infatti, sulle “affinità cattoliche” esistenti tra Manzoni e Tolkien o, per essere più precisi, secondo alcune “scuole di pensiero” esisterebbero due modi differenti di integrare il messaggio religioso all’interno della struttura narrativa. Afferma Wu Ming nell’intervento dedicato al convegno modenese “Tolkien e la Filosofia”: […] “Con l’espressione “narratore cattolico” di solito si intende uno scrittore organico alla propria fede e religione, cioè intento a mettere in narrazione virtù e princìpi del cristianesimo e del cattolicesimo, come fecero ad esempio Dante Alighieri, o Alessandro Manzoni. Se il senso della domanda è questo, allora la mia risposta è no, Tolkien non lo fu. Non fece teologia attraverso la narrazione, non compose un’allegoria cristiana, men che meno mascherò la morale cattolica sotto le sembianze del romanzo epico d’avventura. Certamente utilizzò valori e simbologie cristiane (ma non soltanto quelle), ovvero si lasciò ispirare dalla visione del mondo che lui stesso condivideva, senza però produrre un’architettura narrativa coerentemente e univocamente cristiana.” […] E ancora: […] “(Tolkien) non può essere associato all’Alighieri e nemmeno al Manzoni, che invece erano animati da ben altro spirito, cioè erano scrittori engagés, e costruirono architetture narrative coerentemente cristiane, prendendo posizione sulle cose del mondo secondo un’ottica religiosa.” […]

Diametralmente opposta è la visione di padre Antonio Spadaro, critico letterario, che difende “… l’ispirazione de  Il signore degli anelli” e dei  Promessi Sposi” dei cattolici Tolkien e Manzoni (per non citare Dante)…. E’ facile intuire, prendendo in esame le due posizioni sopra citate, la natura assolutamente dinamica ed eterogenea del dibattito in corso. Non si tratta più, oramai, di una diatriba d’altri tempi tra hippy e neofascisti, ma tra i concetti di scrittore laico e scrittore neocon.

Scopo della presente argomentazione non è quello di approfondire tali differenze filosofiche, religiose, socio-politiche, bensì di realizzare alcuni semplici accostamenti, per qualcuno irriverenti, tra personaggi che, pur appartenendo all’identico mondo fantastico e pur essendo il frutto di una sub-creazione, sono ancora ingiustamente separati da una “cortina puristica” che impedisce, ad esempio, a uno “stregone” e a un “frate francescano” di essere messi sullo stesso piano narratologico.

La seguente analisi si sofferma sui personaggi in quanto tali e sulla loro funzione nell’ambito dell’ “economia della narrazione”. Quello che si vuole compiere in questa sede è una sorta di “cut up” testuale basato sulla comparazione delle analogie che compaiono in un preciso frangente narrativo. Si tratta di un “puzzle volutamente forzato” tra stralci riguardanti una precisa azione dei personaggi: il momento della partenza.

Le fonti che hanno reso possibile questo cut up comparativo sono il capitolo VIII de “I Promessi Sposi” di Alessandro Manzoni e i capitoli III (In tre si è in compagnia) e X (La Compagnia si scioglie) della Parte Prima (“La Compagnia dell’Anello”) della trilogia intitolata “Il Signore degli Anelli” di J.R.R.Tolkien.

 E’ tutta una questione di “quest”!

 

“Quest” in inglese significa ricerca.

Una storia fantastica, sia essa ambientata in un periodo storico reale (Manzoni) o in un mondo e in un tempo completamente inventati (Tolkien), non deve essere obbligatoriamente avventurosa e movimentata: come c’insegna Xavier de Maistre, autore de “Voyage autour de ma chambre” (Viaggio attorno alla mia camera – 1794), possiamo compiere viaggi fantastici ed esplorare le oscure profondità dell’animo umano, senza abbandonare la nostra dimora e con il solo ausilio della mente (“Potrei cominciare l’elogio del mio viaggio col dire che non mi è costato una lira […] Quanto ai poltroni, saranno al sicuro dai ladri; non incontreranno né precipizi, né pantani.”) L’avventura autentica (dal latino advenīre, “avvenire”), invece, richiede un movimento, un rischio fisico e spirituale: non importa se ciò che avviene sia il frutto previsto o non calcolato di una nostra decisione o se sia semplicemente capitato a noi di dover vivere, al di là della nostra volontà, una serie più o meno spiacevole e rocambolesca di eventi. In entrambi i casi bisogna muoversi. E il movimento, a sua volta, necessita di un motivo: un motivo basilare, naturale (e non necessariamente ideologico o filosofico) potrebbe essere la propria e l’altrui salvezza. Evitare la morte, la prigionia, la tortura, l’imposizione di una condizione di vita che non ci appartiene… Impedire il trionfo del Male non significa solo bloccare lo sviluppo di un’idea negativa del mondo, ma consiste in una vera e propria sopravvivenza fisica: la lama affilata di una spada in procinto di colpirci non è un concetto filosofico da valutare con calma ma un pericolo reale da evitare prontamente; il rapimento non è un’esperienza che prevede dei tempi preliminari durante i quali poter riflettere. Eppure nell’istante esatto in cui compiamo queste azioni (o reazioni) disperate e vitali, non abbiamo la necessaria lucidità per riconoscere che la ricerca è già cominciata. Dalla risposta istintiva si passa lentamente a un bisogno pianificato di conoscenza (“Perché mi è capitato tutto questo? Cosa posso fare per evitare il peggio? Dove dirigerò i miei passi?”); la paura iniziale si trasforma in forza morale; le domande confuse diventano decisioni chiare. L’ineluttabile lascia intravedere un possibile obiettivo collaterale da raggiungere e che potrebbe fornire la soluzione definitiva al problema. Ma non c’è nessuna sicurezza a portata di mano: si intraprende la ricerca, ci mettiamo in viaggio, con la speranza di aver imboccato la strada giusta; perché la ricerca fa parte della natura umana, indipendentemente dalla causa filosofica, spirituale o “pratica” da cui è suscitata. La ricerca prende vita a causa di un’esigenza reale, urgente, ma la vera opportunità offerta dalla quest va oltre la risoluzione del problema: i personaggi coinvolti hanno finalmente un’ottima occasione per conoscere se stessi.

 

Cos’è dunque la “quest”?

 

La quest è sostanzialmente la ragione che c’è alla base di un viaggio iniziatico, l’impalcatura fondamentale di una storia avventurosa, il “perché” che motiva e coinvolge i personaggi; nella quest è contenuto l’obiettivo da raggiungere. Anche se è legata a motivi impellenti e attuali (la diffusione di una pericolosa minaccia sovrumana e magica; il crudele capriccio di un nobile prepotente disposto a tutto…) in realtà la quest affonda le proprie radici in un terreno umano archetipico, profondo, nel territorio dell’inconscio: il raggiungimento della verità passa attraverso la conoscenza del male e del dolore, e soprattutto grazie al superamento del dolore stesso. La quest è la narrazione di questa avventura primordiale interiore e quindi, in quanto tale, rappresenta uno dei generi letterari più antichi nella storia dell’umanità. Tanto antico quanto antica è la coscienza umana!

Il viaggio che avviene esteriormente, in maniera fisica e geografica, in realtà è un viaggio nel cosiddetto inner space: raggiungere l’obiettivo individuato nella quest diventa quasi un particolare; è un obiettivo a uso e consumo della trama. Serve a dare un finale logico e coerente a tutta la storia.

Ciò che conta veramente è l’ampliamento conoscitivo acquisito durante il cammino stesso e la possibilità dei vari personaggi coinvolti di conoscere meglio se stessi durante la prova. Durante il primo capitolo della trilogia filmica de “Il Signore degli Anelli” realizzata dal regista neozelandese Peter Jackson il personaggio di Samvise Gamgee dice: “…se farò ora questo passo, non sarò mai stato così lontano dalla Contea…” Il viaggio, anche quello meno avventuroso e più tranquillo, scardina le abitudini del viaggiatore, rompe gli schemi della tradizione, ponendo dinanzi a chi lo intraprende nuovi orizzonti, nuove domande, nuove angolazioni introspettive, nuovi ostacoli fino a quel momento non considerati.

Questi i pensieri di Lucia Mondella mentre su una barca, di notte, parte dall’attracco di Pescarenico per fuggire verso Monza, valutando la posizione scomoda di chi, come nel suo caso, è costretto a intraprendere un viaggio non voluto: “Ma chi non aveva mai spinto al di là di quelli (riferendosi ai “monti”, n.d.a.) neppure un desiderio fuggitivo, chi aveva composti in essi tutti i disegni dell’avvenire, e n’è sbalzato lontano, da una forza perversa! Chi, staccato a un tempo dalle più care abitudini, e disturbato nelle più care speranze, lascia que’ monti, per avviarsi in traccia di sconosciuti che non ha mai desiderato di conoscere, e non può con l’immaginazione arrivare a un momento stabilito per il ritorno!”

La nuova sfida che appare all’orizzonte incrina la visione stanziale dell’umile che chiede solo di essere lasciato in pace, di non essere coinvolto nei grandi movimenti della Storia, di poter vivere la propria esistenza tranquillamente, seguendo tragitti sicuri e confermati dalla micro-storia a cui sente di appartenere.

Sia Manzoni che Tolkien, invece, affidano proprio agli umili e ai “dimenticati” i compiti più onerosi, le prove più dure: quasi come a voler “testare” la loro integrità morale, come se l’Autore volesse far emergere, con un po’ di “sadismo narrativo”, le qualità nascoste dei suoi personaggi che altrimenti rimarrebbero sconosciute, pur trattandosi di personaggi inventati. E soprattutto per affermare definitivamente che in ognuno di noi, se sottoposto alla giusta “pressione” da parte degli eventi, c’è un io quasi sempre sottovalutato, atrofizzato, addirittura sprecato.     

 

Afferma Lawrence Sudbury in un interessante articolo intitolato “Per una semiotica del Santo Graal”: […] “dal punto di vista narrativo in senso stretto, lo schema generale della quest, pur con qualche variante episodica, è normalmente piuttosto codificato e ripetitivo. La quest prende il via da un ‘iniziatore’ che necessita di qualcosa o di qualcuno estremamente importante per lui. Questo obiettivo presuppone un grandissimo impegno per essere raggiunto. L’iniziatore chiede o impone a qualcuno di intraprendere la ricerca o decide di partire da solo. Segue un viaggio lungo e irto di pericoli in cui il ‘ricercatore’ può essere solo o con alcuni compagni. I pericoli che il ricercatore deve affrontare possono presentarsi durante il viaggio per raggiungere l’oggetto (rischi esterni che possono portare a una temporanea sospensione della ricerca) o una volta esso sia raggiunto (rischi interni, direttamente legati all’oggetto stesso). Nella maggioranza dei casi il ricercatore, raggiunto l’oggetto, deve comunque affrontare una prova d’iniziazione per dimostrarsi degno dell’acquisizione dell’obiettivo. La quest, infine, normalmente si completa con il ritorno del ricercatore (che non necessariamente ha raggiunto il suo scopo) al punto di partenza: si dà dunque alla quest una forma narrativa non circolare ma orbitale o, meglio ancora, spiraliforme, nel senso che, se pur il ritorno avviene nel luogo narratologico di origine, è il protagonista (eroe, ricercatore) a non essere più il medesimo, in virtù delle prove di vario grado, correlate alla ricerca stessa, sostenute.” […]

 

Fra’ Cristoforo e Gandalf “iniziatori”?

 

Possiamo considerare fra’ Cristoforo e Gandalf come gli “iniziatori morali” delle quest contenute rispettivamente ne “I Promessi Sposi” e ne “Il Signore degli Anelli”?

Fra’ Cristoforo, dopo aver scoperto il piano progettato da don Rodrigo per rapire Lucia Mondella, organizza la fuga dei due promessi sposi; Gandalf combina la fuga di Frodo Baggins da Hobbiville allo scopo di allontanare l’Anello di Sauron dalla Contea.

Fra’ Cristoforo e Gandalf sono due personaggi interessanti con molti punti in comune: entrambi estremamente carismatici, benvoluti e rispettati dai protagonisti delle storie, basano la propria saggezza su un’esperienza viva e antica. I tempi di reazione dei due vegliardi, tuttavia,sono molto diversi: fra’ Cristoforo realizza la fuga di Renzo e Lucia nel giro di poche ore; Gandalf impiega ben diciassette anni per indagare sulla reale minaccia che incombe sul possessore dell’Anello. E anche la stessa “fuga” di Frodo da Hobbiville è estremamente ritardata, lenta, meditata, organizzata in maniera scrupolosa tanto da rendere inappropriato il carattere fuggitivo della partenza. Una partenza che, nonostante tutto, non lesina intense sfumature poetiche che avremo modo di analizzare più avanti.

I tempi pensati da Tolkien per il suo mondo inventato, lo sanno i suoi lettori ed estimatori, sono dilatati per una ragione ben precisa: vi sono verità e storie senza tempo, “spalmate” in maniera impercettibile sulla struttura visibile del presente e anche i più saggi impiegano molto tempo e immense energie per evidenziare ciò che è stato naturalmente dimenticato; il Male persiste nel mondo beffando la caducità dei suoi abitanti. Solo chi è capace di superare la sfida del tempo con umiltà riesce prima o poi a collegare in modo sapiente i pezzi di una storia ormai frammentata. La “sub-quest” di Gandalf è molto interessante e andrebbe analizzata in maniera specifica, ma non è questa la sede adatta per compiere tale operazione.

 

I “ricercatori” Renzo Tramaglino, Lucia Mondella e Frodo Baggins

 

Cosa cercano Renzo e Lucia, cosa cerca Frodo Baggins? Cosa vogliono dalla vita? Domande basilari, naturali a cui in parte abbiamo già dato una risposta precedentemente: la semplicità che caratterizza le loro esistenze li fa essere umili ma non umiliati. Sono personaggi perfettamente integrati nel loro micro-ecosistema e non pretendono di più, sia perché non è stata data loro la possibilità di conoscere quel di più, sia perché da parte loro non c’è un reale desiderio di conoscerlo. Ciò che accade al di fuori del paesino o della contea non li riguarda: non si tratta di vigliaccheria come palesemente dimostrato, invece, dal personaggio manzoniano di don Abbondio che proprio grazie a questa sua caratteristica ci permette di fare un doveroso paragone tra la vera umiltà (che è forza) e la codardia. Si tratta piuttosto di un commuovente e ormai raro rispetto verso le istituzioni, verso le realtà “alte” e insondabili, verso ciò che è meglio non conoscere perché non ci si ritiene all’altezza di capire o perché si ha a che fare con poteri (umani o sovrannaturali) superiori alle proprie capacità. Dicono gli Elfi di Tolkien quando incontrano gli hobbit dopo la loro partenza da Hobbiville: “E’ una cosa veramente straordinaria!… Tre hobbit di notte in un bosco!” La sorpresa manifestata in questa frase non è irriverente ma è la prova di un modus vivendi abitudinario e privo di rischi, quello degli hobbit, conosciuto da tutti, persino dagli Elfi.

 

Cosa vogliono, dicevamo, dalla vita Lucia Mondella e Renzo Tramaglino? Desiderano cose normali: serenità, tranquillità, libertà, pace, sobrietà, una vita matrimoniale da condividere con la persona amata…

In che modo desidera vivere Frodo? Trascorrendo giorni lieti nella Contea, osservando la fiamma di un camino, ascoltando storie antiche e mai vissute, godendo della compagnia degli amici, occupandosi delle innumerevoli “faccende da hobbit”…

La semplicità di questi personaggi creati dalla fantasia di Manzoni e Tolkien rende necessaria l’intermediazione (e non solo per fini narrativi) di figure importanti e trasversali come fra’ Cristoforo e Gandalf: il primo, strumento della Provvidenza, è il “padre spirituale”, il ponte tra Dio e la “povera gente”, è colui che non compie magie ma combatte il nemico ricordandolo nelle sue preghiere; Gandalf è un vecchio saggio, uno “stregone” (nell’accezione più esoterica e sapiente del termine) che conosce la Natura (umana, sovrumana e soprannaturale), interpreta i segni, consulta antichi testi, conosce lingue dimenticate, combatte il nemico utilizzando una conoscenza che non traspare mai se non nei momenti drammatici della ricerca. Fra’ Cristoforo si affida al crocifisso, Gandalf usa un bastone magico e quando serve anche una spada ben affilata; ma anche Gandalf come fra’ Cristoforo è dotato di piĕtas,pur non utilizzando lo strumento della preghiera. Quando Frodo confessa a Gandalf di desiderare che Gollum fosse morto, lo stregone utilizza una risposta che potremmo per certi versi definire “cristiana”: “Molti tra i vivi meritano la morte. E parecchi che sono morti avrebbero meritato la vita. Sei forse tu in grado di dargliela? E allora non essere troppo generoso nel distribuire la morte nei tuoi giudizi: sappi che nemmeno i più saggi possono vedere tutte le conseguenze.”

Anche il don Rodrigo di Manzoni meriterebbe la morte a causa del suo comportamento prepotente e arrogante, ma fra’ Cristoforo ricorda a tutti, sia ai personaggi del romanzo, sia ai lettori, che anche “il cattivo” don Rodrigo fa parte di un progetto e svolge negativamente una funzione che nessun altro potrebbe svolgere.

Don Rodrigo e Sauron sono i due lati dello stesso Male e soprattutto rappresentano i fattori che scatenano la quest: senza il loro fondamentale apporto non ci sarebbe l’inizio della ricerca, non esisterebbe quel processo autoconoscitivo di cui i personaggi si avvalgono, nel momento in cui soffrono e combattono.

 

Il momento della partenza

 

Ogni quest che si rispetti ha una partenza!

Non importa quanto sarà lungo il viaggio, da quante tappe sarà costituito, quali deviazioni subirà e quante saranno le sottotrame a cui darà vita. Nel momento della partenza è contenuta tutta la carica emotiva, ideale, poetica, tutta la tensione morale che permetterà ai vari personaggi, serenamente o disperatamente, di compiere il primo passo verso l’obiettivo preposto. Non importa se la partenza sia rocambolesca o meditata: nell’inizio sono racchiusi tutto il potenziale umano dei personaggi e tutti i fattori che determineranno l’esito della ricerca. “È pericoloso, Frodo, uscire dalla porta. Ti metti in strada, e se non dirigi bene i piedi, non si sa dove puoi finire spazzato via.” dice Bilbo Baggins, nel film di Peter Jackson, forte della sua lunga esperienza in qualità di viaggiatore ed esploratore della Terra di Mezzo.

Il viaggio è una rappresentazione metaforica della vita e il simbolo della partenza riproduce il momento della nascita: il ricercatore rinasce ogni volta che decide di intraprendere un cammino verso la conoscenza; una conoscenza non fine a se stessa (conoscere il modo per evitare le prepotenze di don Rodrigo o il modo per distruggere un anello magico nella lava incandescente di un vulcano) ma che contiene nella sua struttura interna il significato globale dell’esistenza.

Tolkien ha sempre affermato di non aver inserito allegorie nella sua opera, ma è impossibile non utilizzare il simbolismo presente nella sua trilogia fantastica (e nelle sue altre opere cosiddette “minori”) per descrivere determinati processi umani interiori. Questo pensiero è meglio descritto in un articolo intitolato “Avventura o Allegoria?” pubblicato sul sito “Fabbricanti di Universi”: […] “Tolkien, comunque, non era interessato all’allegoria. Più volte disse che non gli piaceva inserire elementi allegorici ai suoi romanzi e che Il Signore degli Anelli era, nel bene e nel male, un romanzo di avventura, al di là di tutto ciò che nacque in seguito, creato allo scopo di divertire l’autore e il lettore. “Non c’è simbolismo o allegoria cosciente nella mia storia (…)” scrisse una volta Tolkien. […] per quanto lo stesso autore disse “Che non ci sia allegoria non significa, naturalmente, che non ci sia la possibilità di leggervene una.” Ma gli unici simbolismi ‘coscienti’ di Tolkien sono riferiti alla religione cattolica.” […]

 

Ne “I Promessi Sposi” il momento della partenza si realizza per Agnese, Renzo e Lucia alla fine dell’VIII capitolo, mentre per gli hobbit de “Il Signore degli Anelli” (anche loro in tre!) la tanto meditata partenza avviene finalmente nel III capitolo intitolato “In tre si è in compagnia” (titolo originale: Three is Company).

La partenza non è un evento freddo e meccanico che dà origine a una serie di azioni confluenti nella storia principale, ma un momento ricco di poeticità: è un momento unico, dunque speciale. La minuziosa descrizione paesaggistica compiuta con tono malinconico da parte dei personaggi in partenza è la prova di una coscienza che comincia a compiere i primi passi di quel processo conoscitivo che sta alla base del viaggio-quest.

Le  particolarità geografiche, le sfumature colorimetriche degli oggetti naturali e dei manufatti, le percezioni sensoriali, il contatto tra le cose, gli ambienti domestici familiari sono meticolosamente registrati dai cinque sensi acuiti dalla straordinarietà del momento. I dati catturati dal ricercatore entrano già a far parte di quella nuova conoscenza che alla fine del viaggio diventerà bagaglio inscindibile e prezioso dell’ “eroe”. Le cose date per scontate, gli aspetti quotidiani dell’esistenza diventano improvvisamente eccezionali e meravigliosi.

La descrizione della partenza elaborata da Manzoni possiede inizialmente un carattere poetico e soave, al punto tale che, almeno per un attimo, il lettore dimentica o mette da parte la drammaticità che persiste alla base della visione; il tragitto in barca dei tre personaggi manzoniani verso l’altra sponda dell’Adda è così magistralmente descritto:

[…] “Non tirava un alito di vento; il lago giaceva liscio e piano, e sarebbe parso immobile, se non fosse stato il tremolare e l’ondeggiar leggiero della luna, che vi si specchiava da mezzo il cielo. S’udiva soltanto il fiotto morto e lento frangersi sulle ghiaie del lido, il gorgoglìo più lontano dell’acqua rotta tra le pile del ponte, e il tonfo misurato di que’ due remi, che tagliavano la superficie azzurra del lago, uscivano a un colpo grondanti, e si rituffavano. L’onda segata dalla barca, riunendosi dietro la poppa, segnava una striscia increspata, che s’andava allontanando dal lido.” […]

L’assenza di vento, la superficie liscia e azzurra del lago, il fiotto morto e lento sono tutti elementi descrittivi dotati di una “morbidezza” che contrasta con lo stato d’animo triste e al tempo stesso tumultuoso dei personaggi.

E ritornando con lo sguardo sui luoghi conosciuti e sugli oggetti usuali:

[…] “I passeggieri silenziosi, con la testa voltata indietro, guardavano i monti, e il paese rischiarato dalla luna, e variato qua e là di grand’ombre. Si distinguevano i villaggi, le case, le capanne… […] Lucia (…) scese con l’occhio giù giù per la china, fino al suo paesello, guardò fisso all’estremità, scoprì la sua casetta, scoprì la chioma folta del fico che sopravanzava il muro del cortile, scoprì la finestra della sua camera…” […]

 

Decisamente più rilassata, oserei dire “goliardica”, è l’atmosfera che si respira durante la partenza degli hobbit di Tolkien. Non mancano ovviamente le descrizioni malinconiche e tristi, ma durante i dialoghi si manifesta quella capacità, tipica del popolo hobbit, di confortarsi da soli o l’un l’altro. Ciò dipende principalmente dal fatto che gli eventi drammatici e dolorosi che caratterizzano il viaggio descritto ne “Il Signore degli Anelli” devono ancora accadere: la minaccia insita nell’Anello è in quel momento solo una congettura; è frutto di una lunga e accurata ricerca da parte di Gandalf che tuttavia non ha ancora ricevuto un reale riscontro.

La partenza di Renzo e Lucia, invece, è preceduta dalla celebrazione incompiuta del loro  matrimonio a casa di don Abbondio e dalla notizia di un tentativo di rapimento da parte di don Rodrigo ai danni della promessa sposa. E non c’è niente di “goliardico” in una situazione del genere!

Ecco come Tolkien affronta il momento della partenza di Frodo Baggins da Hobbiville:

[…] “Il sole tramontò. Casa Baggins pareva triste, tenebrosa e devastata. Frodo girovagò per le stanze familiari e vide la luce del tramonto scolorire sui muri, e le ombre strisciare fuori dagli angoli. Lentamente il buio inondò la casa.” […]

Anche questa partenza si svolge di notte e al chiaro di luna. Frodo osserva forse per l’ultima volta, grazie ai residui raggi di un sole in procinto di tramontare, la casa in cui ha vissuto per molti anni: quando il giorno dopo il sole risorgerà, lui e i suoi amici non saranno più lì. Non saranno più a Hobbiville.

Una partenza non rocambolesca non è meno triste di una partenza esagitata e drammatica: la maggiore quantità di tempo che si ha a disposizione produce nella mente di chi si attarda una serie di riflessioni malinconiche.

[…] “Il cielo era sgombro e le stelle cominciavano a scintillare. «Sarà una bella notte», disse ad alta voce. «È un buon principio. Ho voglia di camminare, non ce la faccio più ad aspettare senza far niente. Io parto, e Gandalf mi seguirà».” […] E più avanti: […] “«Ebbene, ci piace a tutti camminare nella notte», disse, «perciò facciamo ancora qualche miglio prima di coricarci».” […]

In queste parole, nonostante i numerosi aspetti imponderabili della missione appena cominciata, albergano l’ottimismo, la determinazione e la speranza.

Lucia Mondella non dice “Sarà una bella notte” o “E’ un buon principio”, ma posa la fronte sul braccio e piange segretamente.

 

Addio!

 

L’ “Addio ai monti!” di Lucia Mondella, Renzo Tramaglino e Agnese (Manzoni c’informa alla fine dell’VIII capitolo che i pensieri sono di Lucia, è vero, ma non dissimili sono quelli degli altri due pellegrini) è caratterizzato da una intensa liricità: in esso è contenuta una prematura nostalgia per ciò che si sta abbandonando e l’insicurezza nei confronti di un futuro prossimo che dividerà i due promessi sposi (Renzo verrà inizialmente indirizzato verso il convento dei Cappuccini di Milano, Lucia sarà ospitata in un convento di Monza). Sono ben sei gli addii che Lucia esclama nel corso di questo brano, andando così a sottolineare più volte la drammaticità e l’inesorabilità di un evento che travolge l’animo semplice della protagonista:

[…] “Addio, monti sorgenti dall’acque, ed elevati al cielo; cime inuguali, note a chi è cresciuto tra voi, e impresse nella sua mente, non meno che lo sia l’aspetto de’ suoi più familiari; torrenti, de’ quali distingue lo scroscio, come il suono delle voci domestiche; ville sparse e biancheggianti sul pendìo, come branchi di pecore pascenti; addio! Quanto è tristo il passo di chi, cresciuto tra voi, se ne allontana!” […]

E dopo aver fatto un paragone tra sé e chi se ne parte volontariamente in cerca di fortuna, facendo emergere la sostanziale differenza tra chi è costretto a fuggire e chi nel momento della partenza (volontaria) avrebbe la possibilità di tornare indietro sui propri passi (analogamente alla frase del Sam di Tolkien ne “Le Due Torri”: “…anche essi come noi ebbero molte occasioni di tornare indietro, ma non lo fecero…”) ma non lo fa pensando alle ricchezze che accumulerà nelle città tumultuose, riprende:

[…] “Addio, casa natìa, dove, sedendo, con un pensiero occulto, s’imparò a distinguere dal rumore de’ passi comuni il rumore d’un passo aspettato con un misterioso timore. Addio, casa ancora straniera, casa sogguardata tante volte alla sfuggita, passando, e non senza rossore; nella quale la mente si figurava un soggiorno tranquillo e perpetuo di sposa. Addio, chiesa, dove l’animo tornò tante volte sereno, cantando le lodi del Signore; dov’era promesso, preparato un rito; dove il sospiro segreto del cuore doveva essere solennemente benedetto, e l’amore venir comandato, e chiamarsi santo; addio!” […]

Ma non è un “addio!” privo di speranza. Chi ha fede in un progetto superiore, chi crede nella Provvidenza, riesce a vedere, nonostante la disperazione, oltre gli eventi ingiusti. Addirittura li considera necessari, seppur dolorosi, in vista di una felicità restituita moltiplicata a chi sa attendere:

[…] “…e non turba mai la gioia de’ suoi figli, se non per prepararne loro una più certa e più grande.” […]

 

Più sobrio, ma non meno significativo, è il momento della separazione tra Frodo e Casa Baggins:

[…] “«Eccoci finalmente in marcia!», disse Frodo. Si caricarono i fagotti sulle spalle, raccolsero ognuno il proprio bastone, e girarono l’angolo occidentale di Casa Baggins. «Addio!», disse Frodo, guardando le buie finestre inanimate. Fece con la mano un cenno di saluto, quindi voltandosi si affrettò a raggiungere Peregrino (seguendo ignaro le tracce di Bilbo), giù per il sentiero del giardino. Saltarono la siepe in un posto dov’era più bassa e presero per i campi, attraversando l’oscurità come un fruscio nell’erba.” […]

In questo caso l’addio è meno straziante perché unico e non ripetuto, ma nel cenno di saluto fatto con la mano c’è un messaggio ben preciso: la casa (ma anche la stessa Hobbiville) non è solo un luogo fisico costruito con materiali inanimati, ma è innanzitutto un “luogo vivo”. Si saluta la propria casa così come si saluterebbe una persona viva che porta in sé storie, aneddoti, curiosità, segreti, desideri… L’intensità del vissuto impregna gli oggetti. Ecco perché la separazione è un momento doloroso: con la partenza sradichiamo il nostro Io.

Pur essendo noi stessi in viaggio, non ci accorgiamo che buona parte delle radici, anche se piccole e apparentemente insignificanti, è rimasta nel terreno a marcire e non potranno mai più essere recuperate e riattaccate alla pianta madre, cioè al soggetto in partenza.

La partenza è rinascita a nuova vita e come ogni nascita c’è un misto di dolore e di gioia: dolore per lo “strappo” improvviso dal giaciglio materno e gioia per le cose meravigliose che c’attendono durante il viaggio.

 

Lucia Mondella non possiede la certezza del ritorno a casa (…non può con l’immaginazione arrivare a un momento stabilito per il ritorno!). Nessun ricercatore la possiede così come non si ha la certezza di raggiungere l’obiettivo del viaggio: nella quest ci sono simili insicurezze e tanti altri rischi da mettere in conto. Lucia non sa se la prepotenza di don Rodrigo la terrà lontana dalla casa natia per poco tempo o addirittura per sempre.

Così come non è dato sapere agli hobbit di Tolkien l’esito della missione che si apprestano a compiere:

[…] “Quando ebbero percorso i primi passi di salita, si voltarono per vedere le luci di Hobbiville brillare in lontananza nella dolce valle dell’Acqua. Ma ben presto sparirono tra le falde delle colline immerse nella notte. Intravidero anche Lungacque, accanto al suo lago grigio. Quando finalmente la luce dell’ultima fattoria sparì nell’oscurità, Frodo, guardando furtivamente fra gli alberi, agitò la mano in segno d’addio. «Chissà se guarderò mai più giù in quella valle», mormorò pensoso.” […]

 

Fuggire “da” e fuggire “verso”: un differente approccio alle “due torri” del Male

 

Scrive Henri Laborit nel suo “Elogio della fuga”: […] “Quando non può lottare contro il vento e il mare per seguire la sua rotta, il veliero ha due possibilità: l’andatura di cappa che lo fa andare alla deriva, e la fuga davanti alla tempesta con il mare in poppa e un minimo di tela. La fuga è spesso, quando si è lontani dalla costa, il solo modo di salvare barca ed equipaggio. E in più permette di scoprire rive sconosciute che spuntano all’orizzonte delle acque tornate calme…” […] Non tutte le fughe, però, hanno come scopo quello di mettere al riparo i fuggitivi; alcune volte le deviazioni dal percorso primitivo divenuto insicuro conducono i viaggiatori verso un pericolo ancor maggiore. Le cause che portano a queste scelte bizzarre sono molteplici: non si tratta di coraggio o di incoscienza, bensì di una cosciente necessità. Salvarsi andando verso il fuoco: un paradosso che ha le sue ragioni.

Lucia Mondella fugge dagli artigli di don Rodrigo allontanandosi il più possibile dal suo Male; i protagonisti de “Il Signore degli Anelli”, invece, a un certo punto della storia prenderanno la sofferta decisione (decisione che porterà alla nascita della cosiddetta “Compagnia dell’Anello”) di dirigersi verso il Male per sfruttare l’unica possibilità a loro disposizione di distruggere il Male stesso!

C’è un motivo preciso dietro queste due differenti scelte: nel caso di Lucia la sua fuga è dettata dal fatto che don Rodrigo, seppur potente e con a disposizione molti più mezzi, è in fin dei conto un uomo, limitato come tutti gli altri uomini e quindi non onnipresente. Negarsi alla vista del mondo rappresenta per Lucia e per Renzo l’unico strumento a disposizione per salvarsi: non dimentichiamo, poi, che la storia è ambientata in un non tecnologico XVII secolo e quindi la possibilità di rintracciare le persone è ancora affidata a mezzi esclusivamente “umani”.

I personaggi inventati da Tolkien, al contrario, agiscono in una Terra di Mezzo dove dominano forze misteriose e oscure che non hanno nulla di umano: rintanarsi, alla maniera degli hobbit, in una casa-caverna potrebbe non essere sufficiente per sfuggire al Male.

Ecco come Manzoni descrive, durante la fuga in barca di Agnese, Renzo e Lucia, il simbolo del Male, ovvero la dimora di don Rodrigo:

[…] “…il palazzotto di don Rodrigo, con la sua torre piatta, elevato sopra le casucce ammucchiate alla falda del promontorio, pareva un feroce che, ritto nelle tenebre, in mezzo a una compagnia d’addormentati, vegliasse, meditando un delitto. Lucia lo vide, e rabbrividì…” […]

Ma nel momento in cui rabbrividisce Lucia si allontana dalla causa del suo terrore.

 

Molteplici sono, invece, i simboli che rappresentano il Male nella saga de “Il Signore degli Anelli” di Tolkien: simboli architettonici, oggetti umani e “magici”, elementi naturali (animali e altre strane creature asservite al potere oscuro), costruzioni malvagie… Ma il simbolo terrificante più rappresentativo è senza dubbio la Torre Oscura di Sauron: Barad-dûr, alla cui sommità vigila sinistramente l’Occhio di Sauron.

Frodo Baggins, dopo aver assolto al compito iniziale di portare l’Anello presso Gran Burrone, comprende di dover proseguire verso sud affrontando una missione ben più pericolosa. L’hobbit non fugge dal Male ma decide di andare verso il Male: verso il Monte Fato nella cui lava incandescente poter distruggere l’Anello. E’ una scelta terribile ma necessaria: non si tratta di compiere un tragitto rimanendo esposti, ma il cammino verso il Monte Fato dovrà avvenire segretamente, affrontando numerosi pericoli mortali. Si tratta di una prospettiva poco entusiasmante.

A differenza di Lucia Mondella, Frodo non vede direttamente Barad-dûr (almeno non all’inizio) ma ha la possibilità di osservare la Torre Oscura tramite i poteri magici dell’Anello che è destinato a portare:

[…] “Lo sguardo dell’Hobbit fu irresistibilmente attratto verso oriente. Passò oltre i ponti in rovina di Osgiliath, oltre i cancelli spalancati di Minas Morgul, oltre le Montagne spettrali; spaziò su Gorgoroth, la valle del terrore nel Paese di Mordor, ove sotto i raggi del Sole tutto era immerso nell’oscurità. Un fuoco ardeva fra nebbie e fumo. Dal Monte Fato incandescente esalavano vapori. Infine il suo sguardo si arrestò: muraglie e muraglie, cinte e bastioni, nera, incommensurabilmente forte, montagna di ferro, cancello d’acciaio, torre d’adamante, egli la vide: Barad-dûr, la Fortezza di Sauron. Ogni speranza morì in lui. E improvvisamente percepì l’Occhio. Vi era nella Torre Oscura un occhio che non dormiva, che si era accorto dello sguardo di Frodo; e questi lo sentiva covare un cupido e selvaggio desiderio, e lanciarsi all’inseguimento, come un dito che frugava ovunque. Tosto l’avrebbe inchiodato, lì, nel punto preciso ove egli si trovava. Lo sguardo di Mordor sfiorò Amon Lhaw, toccò Tol Brandir… Frodo si buttò giù dal seggio, raggomitolandosi, coprendosi il capo col cappuccio grigio.” (tratto dal capitolo X, “La Compagnia si scioglie”,della Parte Prima “La Compagnia dell’Anello”) […]

Dinanzi a questi terrificanti simboli del Male, Lucia rabbrividisce, mentre in Frodo la speranza muore: in entrambi i casi riusciamo a cogliere il profondo senso d’impotenza provato dai protagonisti. Forse lo sgomento è una di quelle prove che deve affrontare il “buono” della storia per dimostrare di essere degno della vittoria finale. Ma questo i protagonisti terrorizzati non lo sanno! Lo sappiamo noi che abbiamo la fortuna di leggere le loro storie mentre stiamo al sicuro nelle nostre calde abitazioni.

Michele Nigro

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Libri e articoli consultati e citati:

– “I Promessi Sposi” di Alessandro Manzoni (1785 – 1873)

– “Il Signore degli Anelli” (titolo originale: The Lord of the Rings) di John Ronald Reuel Tolkien (1892 – 1973)

– “Tolkien a Modena: la Nuova Era della Terra di Mezzo” di Wu Ming;

fonte: http://www.wumingfoundation.com

– “Tolkien pensatore cattolico?”; versione integrale dell’intervento di Wu Ming 4 al convegno intitolato “Tolkien e la Filosofia”, Modena, 22 maggio 2010;

fonte: http://www.wumingfoundation.com

– “Avventura o Allegoria?”; fonte: sito “Fabbricanti di Universi”

– “Viaggio attorno alla mia camera” di Xavier de Maistre (1763 – 1852)

– “Per una semiotica del Santo Graal” di Lawrence Sudbury; fonte: Centro Studi La Runa

– “Verso una riscoperta nella letteratura della meraviglia creaturale”, intervista al critico letterario padre Antonio Spadaro; fonte: CNOS – Centro Nazionale Opere Salesiane

– “Elogio della fuga” di Henri Laborit (1914 – 1995)

– “Manuale di scrittura (non creativa)” di Marco Santambrogio

 

Filmografia:

– “Il Signore degli Anelli” – trilogia filmica del regista Peter Jackson

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